Un anno di lager di Stato, un morto ogni sei mesi nel Cpr di Gradisca

Non siamo appassionati di anniversari e ricorrenze, ma l’anno appena trascorso ha lasciato dietro di sé una lunga scia di morti uccisi dallo Stato e, per questo, ci ha lasciato anche alcune certezze.

Oggi, 18 gennaio 2021, è un anno esatto da una tra le prime di queste morti, quella di Vakhtang Enukidze, ucciso nel Cpr di Gradisca, ammazzato, secondo i testimoni, dalle botte ricevute dalle guardie armate della struttura. A seguito della sua morte tutti i testimoni furono deportati, i loro cellulari sequestrati, la famiglia di Vakhtang Enukidze in Georgia subì forti pressioni per non prendere parte a un processo penale e, ad oggi, non è stato comunicato alcun esito ufficiale dell’autopsia sul corpo.

In soli sette mesi quindi ci sono state due morti nel Cpr di Gradisca, una a gennaio e una a luglio, e due morti nelle carceri regionali, un detenuto giovanissimo ad Udine ed un altro a Trieste, entrambi, secondo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), per “overdose”. A marzo nelle carceri italiane ci sono stati altri 14 morti, ufficialmente sempre per “overdose”, in seguito alle rivolte sviluppatesi in oltre 30 penitenziari – al grido di “indulto” e “libertà” – dopo la diffusione incontrollata del covid-19 al loro interno e l’annuncio della sospensione dei colloqui con i familiari.

Grazie al coraggio, alla testimonianza e ai video inviati dai reclusi del Cpr di Gradisca a gennaio 2020, sappiamo che Vakhtang è morto ammazzato dalle botte ricevute qualche giorno prima dai suoi carcerieri, mentre resisteva per rimanere fuori dalla cella a cercare il suo telefono. I giornali locali nel raccontare la vicenda hanno riportato fin da subito le parole del prefetto Massimo Marchesiello che, se in un primo momento blaterava di una “rissa tra detenuti”, poi è passato all’attribuire la morte a un “edema polmonare”, che evidentemente “colpisce” spesso chi viene pestato a morte, come successe anche a Stefano Cucchi.

È sempre solo grazie ai racconti dei detenuti del Cpr che si sa anche che il 14 luglio Orgest Turia è morto in seguito a un’overdose e un suo compagni di stanza è scampato alla stessa sorte. Allora, la prefettura goriziana, assieme alla sindaca Tomasinsig e al personale interno, ha dapprima diffuso la voce di una morte per rissa, poi ha sfruttato la narrazione infame dei detenuti tossici e dello spaccio di sostanze all’insaputa dei carcerieri. In realtà Turia non era tossicodipendente, era un uomo di origini albanesi, portato in Cpr una settimana prima perché era stato trovato senza passaporto.

Sedativi e psicofarmaci sono abbondantemente distribuiti all’interno del Cpr, come in ogni altra prigione, sia al fine di inibire e controllare gli individui più inclini a rivoltarsi sia perché le condizioni degradanti cui sono sottoposti i reclusi spesso li portano a chiederne essi stessi la somministrazione per sfuggire a una realtà quotidiana invivibile.

A Gradisca è incaricata di questo la cooperativa padovana Edeco, che quando non si occupa di asili nido è specializzata nell’ammassare migliaia di donne e uomini richiedenti asilo nelle strutture che “gestisce”, dove spesso si muore, come a Conetta (VE) dove nel 2017 trovò la morte una donna, Sandrine Bakayoko.

Lo scorso 20 novembre cinque detenuti presenti nel carcere Sant’Anna di Modena durante le rivolte dell’8 marzo scorso hanno presentato un esposto alla procura di Ancona per denunciare quanto hanno visto e subito in quei giorni. Hanno raccontato di centinaia di uomini in divisa che hanno puntato le armi contro i detenuti, sparando e uccidendone 9 e dei successivi pestaggi di massa sui prigionieri inermi, proseguiti anche durante i trasferimenti ad altre carceri.

Insomma, con buona pace di procure, prefetture, questure, tv e giornali, l’overdose c’entra sempre poco. Il copione è sempre lo stesso: provare ad insabbiare l’accaduto, imbastendo alla svelta false verità ufficiali che stravolgono i fatti, trovare qualcuno da incolpare ( i detenuti stessi, criminali e tossici, vaghe regie esterne), terrorizzare e rimpatriare in fretta e furia i testimoni, come dopo la morte di Vakhtang e Orgest.

I parallelismi fra carceri e Cpr non finiscono certo qui: entrambi sono manifestazioni fisiche di oppressione, tortura, ricatto, isolamento, annichilimento e morte, entrambi destinati, nella grande maggioranza dei casi, a quella umanità “di scarto” che non vuole o non può piegarsi ai ricatti dello Stato e del capitale o che è nata con il documento “sbagliato”.

Che tutte quelle mura possano cadere.

Solidarietà ai/le prigionieri//e e a tutti/e i/le rivoltosi/e.

A chi è o sarà in fuga dal CPR i nostri migliori auguri!

Urgente: nel CPR di Gradisca (0-3°C) niente porte né coperte

Nel CPR di Gradisca la maggior parte delle celle non ha porte e finestre. La maggior parte della struttura non ha il riscaldamento funzionante e da dentro ci raccontano che si stanno ammalando e che non riescono a dormire perché fa troppo freddo.

La cooperativa EDECO sa, il suo responsabile Simone Borile sa, i detenuti rischiano di morire di freddo e vengono lasciati come bestie a congelarsi. Né la garante dei detenuti Corbatto né la sindaca Tomasinsig hanno detto niente a riguardo.

“Non ci credo che sono in Italia” ci dice qualcuno “Non sto bene […], mi sento molto stanco, […] non hanno acceso il riscaldamento, non ci hanno dato i vestiti invernali e fa molto freddo” raccontano.

Oggi hanno deportato altre 12 persone tunisine, 2 dalla zona rossa e 10 dalla blu, per gli accordi aguzzini dell’ultimo anno.

Per fortuna l’altro ieri altre tre persone sono riuscite a fuggire. A queste auguriamo buona fortuna, nella speranza che molte altre riescano a farlo in futuro.

FUOCO AI CPR E A TUTTE LE GALERE.

La storia assurda di N.: “qui ti danno due anni come fossero caramelle”

Scriviamo con rabbia per diffondere la storia assurda di un ragazzo che ieri è stato processato per “concorso morale” agli episodi avvenuti il 14 agosto nel CPR: in breve, si tratta di un incendio, come quelli che avvenivano in quel posto ogni sera. Potrebbe sembrare uno scherzo se non avesse preso un anno e 10 mesi di reclusione. A lui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, temiamo che da un momento all’altro possano prenderselo con forza e ributtarlo nel posto da dove, due anni fa, ha scelto di partire. Che i CPR cadano e siano distrutti. Che tutti i suoi detenuti siano liberati! Che N. sia liberato! Diffondete!

N. arriva in Italia a metà 2018, a 22 anni “per costruire il mio futuro e guardare in avanti”, arriva in aereo a Venezia, pagando molti soldi per un contratto di lavoro a Potenza, che poi risulta non esistere. Parla già un po’ l’italiano, che ha iniziato a studiare da solo prima di partire.

Decide quindi di partire, passa in Francia e poi va a vivere in Belgio, dove lavora per sette mesi. Un giorno viene fermato e, non avendo un permesso di soggiorno valido per il Belgio, viene rispedito in Italia per regolarizzarsi. Il centro di rimpatrio in Belgio, dove sta in attesa del volo verso l’Italia, è interculturale, misto (uomini e donne) e ha una una palestra, assistenza medica, cibo buono e abbonamento a Netflix.

Arriva a Fiumicino e ad aspettarlo trova due donne – forse assistenti sociali forse funzionarie della Prefettura – che gli ritirano il passaporto e gli danno un permesso provvisorio, perché nel frattempo lui ha fatto richiesta asilo. Lo inviano in un CAS a Roma, talmente sporco che non si riusciva a fare la doccia: da quel CAS, N. decide di scappare. Vive e lavora un po’ a Napoli e poi torna in Veneto, va a fare la vendemmia e a lavorare in osteria a Conegliano. Fa la commissione per la richiesta asilo, intraprendendo l’unica via per regolarizzarsi in Italia, e, come per quasi tutti, la sua richiesta viene rifiutata senza grandi spiegazioni. Un giorno, mentre mangia un kebab in piazza, viene fermato e trovato senza permesso di soggiorno, spiega che sta per consegnare i documenti per la sanatoria aperta da poco. Tuttavia, pochi giorni dopo, vanno a prenderlo al suo domicilio per portarlo al CPR di Gradisca. Dopo pochi giorni, compie 25 anni. Sta male, come tutti i detenuti nel CPR.

Un giorno di luglio 2020, vede dalle inferriate il corpo di Orgest Turia che viene portato via e vede Hassan in fin di vita. In quel periodo nel CPR ci sono incendi tutte le sere. Qualche tempo dopo N. ha richiesto un colloquio per nominare un avvocato di fiducia; il colloquio inizialmente gli viene impedito, dicendo all’avvocato che il ragazzo non può essere convocato perché si trova in quarantena per il Covid, N. smentisce questa versione: lui è nel CPR da più di un mese ormai, gli hanno fatto tre tamponi, tutti e tre con esito negativo. N. si sente preso in giro e pensa stiano usando la scusa della quarantena per isolarlo e non permettergli di parlare con nessuno.

Il 14 agosto, ci sono stati degli incendi a seguito del pestaggio di alcuni altri detenuti nella zona rossa. In quei giorni, il fuoco è una presenza quotidiana; ogni sera, a seguito di una giornata di pesanti soprusi, nel CPR di Gradisca avvengono piccole rivolte. Ma il 14 agosto la repressione sembra essere stata più violenta, come avevamo raccontato in questo post.

Il 15 agosto, all’alba, viene preso e portato al carcere di Gorizia con altri due detenuti: viene messo in custodia cautelare per concorso morale ai fatti del 14 sera e viene messo sotto arresto assieme ad altre due persone. All’inizio, viene messo in quarantena, poi viene spostato con i detenuti comuni. Uno dei tre il 19 viene fatto uscire dal carcere, non si sa dove viene portato. L’altro rimane, ma viene poi trasferito due mesi dopo nel carcere di Trieste. Sugli altri due sembra pendessero accuse più gravi, come lesione, resistenza e danneggiamento. “Ci sono quelli che ammazzano e sono in giro per la strada e invece noi siamo stati messi in carcere”, ci dice.

L’8 settembre ha il riesame per le misure cautelari; il giorno prima avvisa. L’8 si prepara per andare in tribunale, ma nessuno lo porta al suo processo: dopo 23-24 giorni lo avvisano che tutte le istanze del riesame sono state rigettate e le misure cautelari in carcere vengono mantenute. Poi arriva la conclusione delle indagini e il rinvio a giudizio per il 15 dicembre, il giudice chiede il rito abbreviato o il patteggiamento. Parla con l’avvocato, fissa l’udienza per il patteggiamento per il 26 novembre e viene spostato con obbligo di dimora al CPR: più che un obbligo di dimora, si tratta di una detenzione carceraria.

Gli dicono che potrà assistere in videoconferenza dal carcere, o di persona. Il 26 mattina è pronto, ma nessuno lo fa uscire dal CPR o lo porta al suo processo. A metà udienza riceve una chiamata dall’avvocato, che chiede di interrompere momentaneamente l’udienza in modo da chiedere al suo assistito se gli va bene un patteggiamento di 1 anno e 10 mesi (aumentato di 10 mesi rispetto all’iniziale proposta). N., da quello che capisce, deve accettare poiché se andasse a processo gli verrebbero chiesti non meno di tre anni, come scritto sui primi documenti al suo arresto, prima della conclusione delle indagini. Si trova quindi ad accettare il patteggiamento al telefono, nella sua cella del CPR senza poter presenziare al suo processo o ascoltare ciò che è stato detto. È incensurato quindi può avere la pena sospesa per la condizionale.

“Qui ti danno due anni come fossero delle caramelle”, ci dice. 1 anno e 10 mesi, dopo 3 mesi di carcere cautelare, per concorso morale a una delle centinaia rivolte di coloro che nel CPR rivendicano di essere umani.

E adesso?

Solo ieri hanno deportato 13 persone tunisine dal CPR di Gradisca, lunedì 24, i giorni prima ancora di più. N. sa che forse sarà uno dei prossimi, ma non vuole tornare in Tunisia, da dove se n’è andato. È arrivato in Italia poco più di due anni fa, ha fatto 54 giorni di CPR, 3 mesi di carcere e ora si trova da 10 giorni di nuovo nel CPR.

“Sono massacrato, qua dentro al CPR mi hanno rovinato la vita, in tutti i sensi”.

CHE N. SIA LIBERATO E POSSA VIVERE DOVE VUOLE, COME TUTTI GLI ALTRI DETENUTI. SOLIDARIETÀ A N. E A TUTTI I DETENUTI!

Volantinaggio contro la coop Edeco a Battaglia Terme (PD)

Mentre la Cooperativa Edeco si macchia le mani del sangue delle persone senza documenti gestendo” il CPR di Gradisca d’Isonzo, poco lontano, in provincia di Padova, si aggiudica innocentemente appalti per la conduzione di nidi e scuole per l’infanzia.

C’è chi ha deciso di rendere noto il ruolo di Edeco nella gestione di uno di quelli che sono i moderni campi di concentramento italiani, attraverso un volantinaggio massivo nella città sede della cooperativa stessa, Battaglia Terme (PD).

Il CPR esiste per le ragioni sistemiche che non smettiamo mai di ricordare, ma esiste anche perché c’è chi lo mantiene in vita lavorandoci e traendo profitto sulla pelle di chi vi è rinchiuso.

È  per questo che non è affatto marginale il ruolo di Edeco, come di qualsiasi altro ente che grazie ai suoi servizi permette il suo funzionamento.

È  per questo che bisogna sempre ricordare chi è complice dell’esistenza di questi lager.

Pubblichiamo qui il volantino che è stato distribuito a Battaglia Terme.

Vittima della violenza dei carabinieri di Piacenza internato in CPR

Quella che segue è la storia di H. rinchiuso nel CPR di Gradisca dal 12 luglio. Una storia  emblematica di come il sistema del rimpatrio e della detenzione amministrativa in Italia sia in realtà un tritacarne di vite umane. Questa storia però ha qualcosa di diverso dalle altre, perché si intreccia con l’inchiesta sui carabinieri della caserma Levante di Piacenza.

Come riportato in numerosi articoli di stampa facilmente reperibili online, H. viene fermato nell’ottobre 2017 in un parco della sua città assieme alla sua ragazza, e viene portato nella caserma dei carabinieri. La città è Piacenza, la caserma quella di Levante, salita agli onori delle cronache perché lì dentro i carabinieri tenevano le fila del traffico di droga della città, torturavano e arrestavano illegalmente.  

Secondo quegli articoli, H. viene arrestato dai carabinieri, che lo riempiono di botte (e ora per questo sono indagati) e gli mettono dell’hashish in tasca, accusandolo di spaccio. I carabinieri di Piacenza possono così vantare l’arresto di uno spacciatore, e H. a causa di quei fatti finisce in carcere per quattro mesi. 

Poco dopo essere scarcerato, il 12 luglio scorso, viene portato nel CPR di Gradisca. Viene tenuto in isolamento per settimane in una cella senza nemmeno un materasso su cui dormire. Si ritrova con una grossa cisti in testa, vorrebbe essere visitato da un medico, ma le sue richieste rimangono inascoltate. Minaccia di tagliarsi la cisti con un rasoio: “almeno così mi porteranno in ospedale”, dice.

Il 4 agosto H. viene portato dal Giudice di Pace che deve convalidare il rinnovo del trattenimento nel CPR emesso dal Questore di Gorizia. È fiducioso, nel frattempo la verità è venuta a galla e se ne parla su tutti i media. Ma il buon senso, la ragione e la giustizia non abitano in quel tribunale. Da quando il CPR di Gradisca è stato aperto gli avvocati degli internati ci hanno segnalato numerosi casi di persone che avrebbero potuto o dovuto essere liberate, ma sono state costrette a rimanere rinchiuse, perché il giudice La Licata convalida quasi sempre i trattenimenti. Per H. sentenzia 45 giorni di trattenimento.

Lui non si capacita della cosa, durante la notte sale sul tetto di una struttura dentro il CPR, circondato da decine di agenti che lo inseguono. Poi scivola, cade giù, si frattura una mano. Passa molte ore a urlare dal dolore, ma non viene portato in Pronto soccorso, e la sua avvocata è costretta a telefonare e insistere perché venga visitato in ospedale.  

H. nel CPR non dovrebbe starci, così come non dovrebbero starci tutti gli altri reclusi; lui, in più, è parte lesa e dovrà testimoniare al processo di Piacenza.

Purtroppo tutto questo avviene quando i fatti di quella caserma dei carabinieri sembrano già dimenticati, mentre manipoli fascisti irrompono in Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, il quale asseconda le loro richieste azzerando i fondi destinati all’integrazione delle persone straniere, e sui social si invocano i forni crematori per le persone che precise scelte politiche assembrano a centinaia dentro caserme dismesse, per poi denunciare a gran voce il pericolo dello straniero untore.

Noi però non dimentichiamo, la storia di H. è scritta nero su bianco, nessuno potrà dire di non sapere. Se H. verrà deportato contro la sua volontà nel suo Paese d’origine, se gli succederà qualcosa dentro al CPR, se non verrà liberato, ci ricorderemo che lui era testimone e parte lesa in un processo che ha tra gli imputati dei cosiddetti servitori dello Stato.

La storia di S.W., che è stato rimpatriato oggi da Gradisca

Pubblichiamo la testimonianza di S.W., un ex recluso. Nella prima parte, viene raccontato un tentato pestaggio poliziesco nel CPR di Gradisca, che ben testimonia quale sia l’atteggiamento intimidatorio – quando non espressamente violento – della polizia all’interno del centro. Quando uno degli internati del CPR si è autolesionato, tagliandosi con una lametta, gambe, torace e collo per protestare contro lo stato di detenzione in cui vive. Venti uomini delle f.d.o. interne al CPR si sono presentati in assetto antisommossa pronti a picchiare la persona in questione per riportarla all’ordine. Nella seconda parte, S.W. racconta la storia della sua vita, mostrando come uno Stato strutturalmente razzista possa cominciare a distruggere la vita delle persone ben prima di chiuderle in un CPR.

Sono arrivati in venti in assetto antisommossa, in schiere da cinque, come se volessero assaltare una città. Quando volevano picchiare [un recluso] in venti persone, io ho tirato fuori il cellulare e cominciato fare video. Uno di loro, che era il capo, mi ha detto: ti porto in carcere se fai il video. Io ho risposto che non ho paura di carcere e io denuncio a voi.

Loro dopo sono andati via perché c’erano tutti. E sono arrivato dopo nella mia stanza con ragazzi di esercito e mi uno ha detto che avevo violato leggi perché avevo fatto un video a loro. Io ho detto di provarlo in tribunale e che però io cellulare non glielo davo. […]
Ha detto che mi denunciava, e ho risposto: fai pure denuncia, ci vediamo in tribunale. Lui se n’è andato.

Io ormai ho capito come funziona in Italia. Io non ho fatto rapine o spacciato droga. Non ho rubato. Tutte le denunce che ho sono violenza, resistenza, minaccia etc etc di carabinieri della mia città ***.

Anche loro hanno scritto tutto quello che vogliano. Mi hanno picchiato tre volte quando ero ubriaco e chiedevo loro di mandarmi in Pakistan o darmi indietro passaporto. Hanno ragione loro sempre. Ti giuro che non ti ho detto niente di falso. Avevo costruito in anni mia vita ed è stata rovinata da una denuncia dei carabinieri, sempre gli stessi di *nome città*, dove abitavo da 15 anni.

E anche qui in CPR ci riempiono di denunce. Peggiorano la situazione di ogni persona così. Il giudice qui in Italia non hanno mai fatto qualcosa contro la polizia. Io avevo certificazione in carcere perché mi avevano picchiato in caserma con calci pugni in venti. […]

E ancora sono qui. Non mi hanno confermato ancora che mi rimandano in Pakistan. Se non vado, faccio un casino qui e vado in carcere. Almeno mi danno gli arresti domiciliari. Qui è un casino. Il carcere è meglio di qui, almeno lavori e passi il tempo.

Non posso andare senza passaporto. Sono tre anni che la Questura mi ha preso il mio passaporto con permesso di soggiorno per lungo periodo e carta di identità. […]

Avevo permesso di soggiorno francese anche, ma è scaduto perché avevo obbligo di firma da giudice di pace di *nome città* per espulsione nel 2017; non mi hanno mai fatto espulsione e nemmeno mi hanno dato il passaporto. Io dopo un anno di firma ho rifiutato di firmare a carabinieri di *nome città* ed è successo un casino con quei bastardi. Ho preso denuncia e condanna per 14 mesi per resistenza e violenza pubblico ufficiale. Mi hanno picchiato di brutto.

Ho fatto richiesta anche in TAR di *** per avere documenti, due volte. Mi hanno rifiutato perché la Questura dice che sono pericoloso. Io non ho rubato nulla, non ho fatto rapine, non ho spacciato. Ho solo denunce da parte dei carabinieri di *nome città*. Sempre con loro. Io sono stanco di queste cose di polizia, avvocato, giudice etc etc. Non ho armonia o tranquillità nella mia vita da quattro anni. Non posso sfidare lo Stato. Ero depresso in quel periodo e bevevo troppo e usavo sempre sonniferi per dormire. Quelle denunce hanno cambiato mia vita in peggio. Io ho sempre lavorato e non mi manca niente però non voglio più stare in un posto dove non hai una sicurezza di futuro.

Nel 2004 ero venuto in Italia e non avevo nessuna denuncia fino al 2016, ti giuro, neanche una multa. Avevo una ragazza italiana, una casa, un lavoro, tutto: invece di aiutarmi a risolvere i problemi con testa o portarmi da uno psicologo, mi hanno fatto denunce.

Si tratta di S.W., un giovane arrivato in Italia da minorenne più di 15 anni fa. Qui si è fermato a Reggio Emilia, dove ci racconta che ha lavorato per dieci anni in una stalla e per cinque come camionista. Nel 2017 la Questura gli ha fatto un decreto di espulsione, lui però dice che non aveva la consapevolezza di cosa stesse firmando. Da lì, non ha mai più avuto modo di regolarizzarsi, nonostante i soldi che ci racconta di aver investito in avvocati e ricorsi. Sembra sia entrato in CPR perché si è presentato nella stessa Questura chiedendo di essere rimpatriato, esausto dalla vita cui è stato costretto in Italia, pur non avendo alcun legame con il Paese d’origine che aveva lasciato da bambino. Invece di un rimpatrio assistito, è stato portato a Gradisca dove come gli altri ha rischiato la morte. Nel suo tempo dentro il CPR noi sappiamo solo che è stato molto gentile, che ha aiutato chiunque potesse stando attento alle necessità degli altri detenuti, che faceva sport per cercare di rimanere lucido e di stancare il suo corpo in modo da non trovarsi costretto ad accettare la terapia farmacologica per dormire. Dopo il presidio spontaneo di solidali nato davanti al CPR in seguito alla morte di Orgest Turia, S.W. diceva a chiunque fosse passato lì davanti:

“Grazie per vostro sostegno. Tutti ragazzi vi salutano e ringraziano. Anche se non cambia niente voi avete fatto la vostra parte. [Ci] Sono ancora persone come voi che credono in umanità. È già tanto per me. Questo ho imparato da voi. Persone diverse in nazionalità religione etc etc che credono che ognuno ha diritto di avere una seconda possibilità di vivere in società, dando il suo contributo. Grazie a tutti voi.”

Purtroppo anche S.W. ora non è più in Italia, lasciandoci sempre più sol* con italiani come quelli che oggi sono entrati in Consiglio regionale, come quelli che dal Consiglio regionale hanno invitato allo sterminio o come quelli che hanno dato ampia diffusione ai video di questi soggetti, ignorando invece quelli delle rivolte nel lager di Gradisca d’Isonzo.

Z., che non si alza dal letto da ottanta giorni

A Gradisca, un uomo sta a letto da ottanta giorni. Ci parlano di lui altri reclusi, ci dicono che sta costantemente disteso a letto, dorme moltissime ore, avvolto in una coperta marrone di lana, nonostante il caldo. Riusciamo a ricostruire che sta in quelle condizioni da circa ottanta giorni, sappiamo che, per quanto non si alzi quasi mai dal letto, non ha smesso di mangiare.

Sappiamo che riceve 20 gocce al giorno di Rivotril, altrimenti noto come clonazepam, una benzodiazepina usata per trattare l’epilessia. Lo stesso foglietto illustrativo specifica che l’uso di medicinali antiepilettici come il clonazepam aumenta il rischio di avere pensieri e/o comportamenti suicidari e l’uso di dosi elevate e/o per periodi prolungati può dare dipendenza fisica e psichica, soprattutto se chi lo assume in passato ha abusato di medicinali, droghe o alcol. Nel CPR, a moltissime persone viene somministrato il Rivotril, anche se si tratta di persone con altre dipendenze o che rischiano di subirne pesantemente gli effetti collaterali.

Ogni 15 giorni Z. riceve anche una puntura, non sappiamo per quale motivo e di che sostanza.

Un suo compagno di prigionia ci dice che, se non si fa qualcosa per toglierlo da quella situazione, Z. sarà il prossimo morto del CPR di Gradisca.

Nel frattempo, per le persone con problemi psicologici o psichiatrici dentro al CPR l’assistenza del SSN è stata limitata alla possibilità di un colloquio ogni quindici giorni, in via telematica. Un tipo di assistenza quindi praticamente inutile, a detta degli stessi operatori e operatrici del SSN, più somigliante a una presa in giro, per persone costrette in condizioni disumane, cui spesso vengono somministrati sedativi e medicinali vari in maniera coatta al fine di cercare di spegnere in loro ogni moto contro la loro condizione e i suoi ben chiari responsabili.

Per fortuna, questo giochetto non funziona quasi mai.

DEPORTAZIONI DAL CPR E NUOVI VIDEO DA DENTRO – Aggiornamenti del 30.07.2020

Tra venerdì e domenica, nel CPR di Gradisca sono avvenute continue rivolte: le condizioni di vita dentro sono pesantissime, come abbiamo cercato di raccontare pubblicando testimonianze foto e video; la rabbia dopo la morte di Orgest Turia si intreccia alla paura di morire nello stesso modo. Ora sappiamo che quattordici persone sono state deportate; i loro posti sono stati subito occupati da altri internati. Il CPR è una macchina a ciclo continuo.

Abbiamo già raccontato di queste rivolte qui.

Pubblichiamo ora due video della repressione poliziesca delle rivolte. Dopo i diversi incendi e durante lo sciopero della fame, ci raccontano che le guardie hanno oscurato le telecamere prima di dedicarsi a pestaggi massicci; alcune persone, ci viene detto , sono state isolate dalle altre e pestate dalle guardie in assetto antisommossa. Un uomo è svenuto per le botte, ma è stato impedito agli altri reclusi di avvicinarglisi per soccorrerlo.

“Guardate, guardate, usano il flessibile per entrare. Ormai siamo arrivati alla fine, non ce la facciamo più”

“Stanno entrando con i bastoni, si stanno preparando” […]

“Ispettore, ispettore, ci mettete da un’altra parte? Non si può stare qua”

“Noi vogliamo andare via”

“Stanno togliendo i materassi a tutti, insomma dormiamo per terra.”

“Guarda che lo sta picchiando […] e per niente, per niente, i ragazzi non hanno fatto niente”

Quattordici persone, in seguito ai pestaggi delle guardie, sono state deportate in Tunisia. Le deportazioni, che si erano fermate durante l’emergenza sanitaria, sono quindi ripartite proprio in concomitanza con la visita della ministra Lamorgese in Tunisia. Un chiaro messaggio da spedire oltremare, proprio nei giorni in cui centinaia di persone sono in fuga dalla Tunisia al collasso e dai campi di concentramento libici, possibili grazie al sostegno economico e militare del governo italiano, giungono sulle nostre coste. I voli charter verso la Tunisia sono, storicamente, tra i più numerosi: nel 2018, l’Italia ha organizzato 66 voli charter di rimpatrio verso la Tunisia, su 77 voli charter totali. A Gradisca e negli altri CPR, le deportazioni di testimoni scomodi e soggetti ribelli è una pratica consolidata. Anche a gennaio, i testimoni della morte di Vakhtang Enukidze erano stati deportati in fretta e furia, anche nell’Egitto del dittatore al-Sisi.

Continuiamo a mantenere i contatti con l’interno e far uscire le voci da dietro quel muro. Sappiamo bene però che è importante anche portare solidarietà diretta, andando sotto a quel lager e facendo sentire le nostre voci: invitiamo tutte le persone solidali a essere pronte a tornare a Gradisca ogni volta che sarà necessario esprimere vicinanza concreta a chi questo lager lo subisce sulla propria pelle.

FINE DI UNA TRAGEDIA, CON UN ARRESTO E CON UN ESTINTORE APERTO SUL VOLTO DI UNA PERSONA

Scriviamo quest’articolo per spiegare la tragedia che sta dietro all’arresto di un recluso nel CPR di Gradisca, apparso ieri su un quotidiano sotto l’ignobile sottotitolo «Lì dentro delinquenti ex carcerati». Invitiamo a leggere fino in fondo e diffondere. Ci troviamo ormai senza parole per descrivere quanto la realtà dentro i CPR venga storpiata dai media, che, descrivendola attraverso la voce di poliziotti o altre persone di parte, assumono un ruolo essenziale nella costruzione di un immaginario falso attorno al lager e alle persone recluse, legittimando quindi la sua esistenza e concimando il razzismo più becero.

Cos’è successo?

I reclusi ci raccontano che da alcune settimane sono entrate molte persone nel CPR “appena arrivate in Italia” e che non parlano italiano. Da alcuni quotidiani locali leggiamo che si potrebbe trattare di persone in arrivo dalla rotta balcanica, da dentro invece ci dicono che vengono da Lampedusa.

Tra questi c’era R. un ragazzo egiziano, ora in arresto. Molti detenuti ci parlano di lui da giorni, preoccupati per la sua sorte. Finora non siamo riuscite a riportare le loro voci riguardo a questa storia, perché nel frattempo nel CPR è morto Orgest Turia e il suo compagno di cella, H., è stato salvato in extremis. H. ora si trova in ospedale, ma vogliono rinchiuderlo di nuovo dentro il CPR, contro la sua volontà e quella di tutti i familiari, che sono certi che non mangerebbe niente se entrasse, per lo shock e la paura che gli succeda un’altra volta la stessa cosa.

Torniamo a R. Da quello che ci raccontano, R. è uscito dalla zona di quarantena verso l’11 luglio, non parlava italiano, era appena riuscito ad arrivare in Italia ed era molto stressato per due ragioni: gli era stato tolto il cellulare e aveva un forte dolore ai denti ma, a quanto ci dicono, le sue richieste non venivano ascoltate.

Ci dicono che il 15 luglio R. inizia a protestare vivacemente e che per questo gli viene finalmente data attenzione, ci riferiscono che gli viene detto che verrà avvisato il capo e quindi lui aspetta questo colloquio.

Il colloquio però non sembra arrivare. Tra il 16 e il 18 luglio, ci raccontano che nella sua cella scoppiano dei piccoli incendi, in cui lui si brucia un braccio. Ci dicono che viene denunciato per danneggiamento e gli altri detenuti continuano a dire che lui non deve stare lì, che non ha senso perché è appena arrivato in Italia e che ha bisogno del suo cellulare.

Il 19, durante il giorno, la rabbia di R. esplode, ci raccontano che si trova nella cella con gli altri reclusi, mentre gli operatori e i militari si trovano protetti dall’altra parte delle sbarre. Nei video di quei momenti si sente chiaramente qualcuno tra questi ultimi che gli dice “Adesso ti arriva il telefono, va bene? […] se io ti prometto qualcosa la mantengo va bene?”; i reclusi vicini a R. invece cercano di tranquillizzarlo: “Non ti preoccupare, va bene”, sanno che R. è psicologicamente instabile per la situazione in cui si trova. Ripetono che R. sta impazzendo e che ha iniziato anche a dormire fuori, per terra.

Ci raccontano che nelle prime ore del 20 luglio nella stanza di R. scoppia un nuovo incendio. Altri reclusi si svegliano e qualcuno esce dalla cella per il fumo. A quel punto, da quello che ci raccontano, un operatore aziona l’estintore sul volto di M., un altro recluso, che perde i sensi e viene trasportato in Pronto soccorso assieme ad altri. Ora sono tutti arrabbiati: pensano che M. ha rischiato la vita e che R. non doveva stare lì, ormai non stava più psicologicamente bene. R. non deve stare nemmeno in galera, dove si trova ora.

Con la rabbia in corpo, perché abbiamo sentito un’altra storia ingiusta, perché vogliono riportare H. in CPR oggi, perché il CPR esiste, ma anche per la complicità più squallida dei media, ripetiamo: che i muri di quel lager possano crollare!

A facili domande, facili risposte. Le (non) fughe di chi (non) fugge dal CARA di Gradisca

Apprendiamo dai media locali di una serie di fughe/non fughe da parte dei richiedenti asilo “ospitati” nel CARA avvenute dal retro del campo. In un articolo dettagliato, oltre a tutte le sfumature di preoccupazione della sindaca di Gradisca, viene posta la domanda sul perché questo succeda visto che a questo punto dell’emergenza sanitaria “gli ospiti” possono regolarmente uscire come “gli autoctoni”.

Posta la domanda ai diretti interessati incontrati per strada, la risposta appare piuttosto semplice: «Andiamo al supermercato!», ci dicono. In posti come il CARA, che il vitto sia scarso (un bicchierino di latte con due biscotti a colazione, riso in bianco con un pezzo di pane a pranzo etc.) e che in passato arrivasse anche avariato, inadatto e insufficiente non è una novità, come non lo è che i richiedenti asilo cerchino da sempre di autorganizzarsi i pasti, attività spesso ostacolata durante tutte le gestioni fuori e dentro alla struttura.

Le uscite contingentate poi, una persona circa ogni 10 minuti, imposte in maniera del tutto arbitraria dall’ente gestore, determinano lunghe attese davanti al cancello per guadagnarsi l’uscita che per qualcuno spesso neppure avviene, visto che sono circa 200 le persone ad oggi ad abitare al CARA. Questo avrà sicuramente influito sulla ricerca di strade alternative.

Forse le procedure potrebbero essere più agili, ma probabilmente al governo regionale e nazionale e a chi gestisce il centro importa principalmente che le uscite siano contenute, affinché di queste persone “se ne vedano di meno in giro”, secondo quella logica perversa e quella
retorica rassicurante per cui a guadagnarci da queste misure di reclusione sarebbe la sicurezza pubblica.

Ci dispiace constatare infine che una certa propaganda politica, fatta anche attraverso i media locali, continui ad avere presa sui cittadini di Gradisca e ne fomenti le paure. Di certo questo non avviene per caso: ci sono precise responsabilità delle istituzioni e della stampa che hanno contribuito a costruire l’immaginario dell'”immigrato untore”, attraverso una narrazione più vicina al gossip che alla cronaca.

C’è chi poco tempo fa ha dichiarato a proposito dell’installazione del centro quarantena che Gradisca non si merita altri migranti, noi siamo dell’avviso che siano i migranti a non meritarsi posti come il CPR e il CARA di Gradisca, luoghi disumani di speculazione economica e politica!

Assemblea NO CPR NO FRONTIERE FVG