Comunicato della Fabbrica Rog di Lubiana sullo sfratto – traduzione

Come assemblea no Cpr – no frontiere, in questi anni, ci siamo trovate più volte fianco a fianco dei compagni e delle compagne del Rog di Lubiana, davanti al Cpr di Gradisca così come davanti al centro di detenzione di Postojna in Slovenia. Il Rog è stato sgomberato violentemente qualche giorno fa e, in solidarietà, abbiamo tradotto in italiano il loro comunicato.

AI NOSTRI COMPAGNI INTERNAZIONALI: INVITO ALLA SOLIDARIETÀ

Compagn*! Molte di voi ci siete state, avete combattuto e amato uno dei due squat a Lubiana. Per 15 anni Rog è stato un centro di attività politica nella città e nei movimenti internazionali. Oggi la fabbrica di Rog è stata brutalmente sfrattata. Molte delle nostre compagne sono state picchiate violentemente e arrestate. Chiediamo solidarietà in tutto il mondo. Mostriamo agli oppressori di ogni tipo che stanno scherzando con il movimento sbagliato!

DICHIARAZIONE DELLA FABBRICA ROG SULLO SFRATTO

Martedì, 19 gennaio 2021 alle 7 del mattino, i dipendenti della società di sicurezza Valina sono entrati prepotentemente negli spazi della Fabbrica Autonoma Rog. Con la violenza, usando la forza fisica, hanno ferito alcuni dei suoi utenti e sfrattato tutti. Le nostre cose personali, animali domestici e preziose attrezzature sono stati lasciati all’interno, insieme a 15 anni di sogni, attività, progetti, avventure ed esperienze comuni. La polizia ha innalzato recinzioni intorno a Rog e ha iniziato a picchiare i sostenitori che si radunavano davanti al cancello della fabbrica. All’interno del complesso i lavoratori hanno demolito la maggior parte delle strutture laterali e fracassato le finestre dell’edificio principale che è tutelato come patrimonio. Allo stesso tempo stanno portando via, in un luogo sconosciuto, tutta l’attrezzatura dal Rog. Più di 10 persone sono state trattenute in custodia, tra cui alcuni dei feriti che necessitano di assistenza medica. Non abbiamo accesso a loro né abbiamo informazioni su dove sono stati portati.

Nell’ultimo decennio e mezzo centinaia di utenti hanno utilizzato la Fabbrica Autonoma Rog per le proprie attività e migliaia di persone hanno partecipato a vari eventi nei suoi spazi. Migranti, persone ai margini della società, artisti che non hanno ceduto ai dettami della cultura capitalistica, pattinatori, artisti dei graffiti, artisti del circo e altri, che nonostante le pressioni della capitale, della sicurezza municipale e della polizia, rendono questa città viva e attiva, vita degna di essere vissuta.

Dall’apertura della fabbrica autonoma Rog il Comune di Lubiana non tollera un fatto che si mostri specchio alla loro politica gentrificatrice. Le loro politiche stanno trasformando la città in una Disneyland per i turisti e stanno mettendo il profitto prima delle persone. Questo è il motivo per cui hanno annunciato una guerra totale contro di noi. Dopo anni di procedimenti giudiziari contro gli utenti senza successo e pubblicamente impopolari, le autorità hanno deciso oggi per un’irruzione violenta e una completa demolizione dello spazio. Indipendentemente dal fatto che non abbiano idee o mezzi finanziari per lo sviluppo futuro dell’area. Inoltre, non molto tempo fa le autorità municipali hanno dichiarato pubblicamente di non avere alcun piano concreto per Rog nell’attuale mandato. Non c’erano informazioni su questo attacco ovviamente attentamente pianificato, nemmeno durante la sessione di ieri sera del governo municipale. Dopo tutti questi anni di attività e promozione pubblica del dialogo che il Comune ha da tempo abbandonato, ci aspetteremmo almeno una scadenza decente per concludere i nostri progetti in corso, proteggere i nostri averi e una discussione costruttiva sui piani del comune sul potenziale sfratto degli utenti. Invece, il Comune di Lubiana mentiva al pubblico, ai consiglieri eletti e a noi.

L’attacco al Rog non avviene nel vuoto politico. Negli ultimi mesi stiamo assistendo a vari attacchi alla società civile, Radio Študent, Metelkova 6 e altri attori critici pubblicamente. In tempi in cui l’impegno politico si riduce a un’esposizione pubblica volgare di individui disobbedienti nei media di destra, anche le autorità municipali hanno deciso di utilizzare mezzi ingannevoli sul territorio, che si sta propagando come rifugio sicuro contro i governi attuali di destra. Oggi il Comune di Lubiana ha dimostrato chiaramente da che parte si trova veramente. Lo sgombero delle persone nel mezzo di una grave epidemia è assurdo per il comune che vende continuamente la sua immagine di capitale verde, sociale, culturale e solidale. Dopo la sua campagna infruttuosa per la capitale europea della cultura con il motto “Solidarietà”, tutte le maschere sono finalmente cadute.

Cosa puoi fare a sostegno del Rog?

1. VIENI DAVANTI ALLA FABBRICA AUTONOMA ROG. Dimostriamo loro che non siamo soli. Non possiamo lasciare che gli spazi autonomi cadano uno dopo l’altro! L’attacco a una è l’attacco a tutte!

2. INVIA UNA LETTERA DI PROTESTA A COMUNE E POLIZIA! PUBBLICALA ONLINE! Devono essere ritenuti responsabili dei loro crimini, violenze, profitti e corruzione.

Non possiamo permettere che spazzino sotto iltappeto i loro piani di lucro e gli atti controversi.

3. CONDIVIDI INFORMAZIONI, INVITA AMICI E COMPAGNI.

In questo momento non combattiamo solo per la nostra dignità. Combattiamo per poter esistere in questa città. Combattiamo per tutto ciò che non è capitalistico, gentrificato, privatizzato, educato, ordinato; per tutto ciò che respira liberamente e non si lascia catturare dalla logica del profitto che gestisce la nostra città comune.

Contro la sinergia opportunistica di fascisti, polizia, profittatori comunali e capitale!

Salviamo la Fabbrica Rog!

Un anno di lager di Stato, un morto ogni sei mesi nel Cpr di Gradisca

Non siamo appassionati di anniversari e ricorrenze, ma l’anno appena trascorso ha lasciato dietro di sé una lunga scia di morti uccisi dallo Stato e, per questo, ci ha lasciato anche alcune certezze.

Oggi, 18 gennaio 2021, è un anno esatto da una tra le prime di queste morti, quella di Vakhtang Enukidze, ucciso nel Cpr di Gradisca, ammazzato, secondo i testimoni, dalle botte ricevute dalle guardie armate della struttura. A seguito della sua morte tutti i testimoni furono deportati, i loro cellulari sequestrati, la famiglia di Vakhtang Enukidze in Georgia subì forti pressioni per non prendere parte a un processo penale e, ad oggi, non è stato comunicato alcun esito ufficiale dell’autopsia sul corpo.

In soli sette mesi quindi ci sono state due morti nel Cpr di Gradisca, una a gennaio e una a luglio, e due morti nelle carceri regionali, un detenuto giovanissimo ad Udine ed un altro a Trieste, entrambi, secondo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), per “overdose”. A marzo nelle carceri italiane ci sono stati altri 14 morti, ufficialmente sempre per “overdose”, in seguito alle rivolte sviluppatesi in oltre 30 penitenziari – al grido di “indulto” e “libertà” – dopo la diffusione incontrollata del covid-19 al loro interno e l’annuncio della sospensione dei colloqui con i familiari.

Grazie al coraggio, alla testimonianza e ai video inviati dai reclusi del Cpr di Gradisca a gennaio 2020, sappiamo che Vakhtang è morto ammazzato dalle botte ricevute qualche giorno prima dai suoi carcerieri, mentre resisteva per rimanere fuori dalla cella a cercare il suo telefono. I giornali locali nel raccontare la vicenda hanno riportato fin da subito le parole del prefetto Massimo Marchesiello che, se in un primo momento blaterava di una “rissa tra detenuti”, poi è passato all’attribuire la morte a un “edema polmonare”, che evidentemente “colpisce” spesso chi viene pestato a morte, come successe anche a Stefano Cucchi.

È sempre solo grazie ai racconti dei detenuti del Cpr che si sa anche che il 14 luglio Orgest Turia è morto in seguito a un’overdose e un suo compagni di stanza è scampato alla stessa sorte. Allora, la prefettura goriziana, assieme alla sindaca Tomasinsig e al personale interno, ha dapprima diffuso la voce di una morte per rissa, poi ha sfruttato la narrazione infame dei detenuti tossici e dello spaccio di sostanze all’insaputa dei carcerieri. In realtà Turia non era tossicodipendente, era un uomo di origini albanesi, portato in Cpr una settimana prima perché era stato trovato senza passaporto.

Sedativi e psicofarmaci sono abbondantemente distribuiti all’interno del Cpr, come in ogni altra prigione, sia al fine di inibire e controllare gli individui più inclini a rivoltarsi sia perché le condizioni degradanti cui sono sottoposti i reclusi spesso li portano a chiederne essi stessi la somministrazione per sfuggire a una realtà quotidiana invivibile.

A Gradisca è incaricata di questo la cooperativa padovana Edeco, che quando non si occupa di asili nido è specializzata nell’ammassare migliaia di donne e uomini richiedenti asilo nelle strutture che “gestisce”, dove spesso si muore, come a Conetta (VE) dove nel 2017 trovò la morte una donna, Sandrine Bakayoko.

Lo scorso 20 novembre cinque detenuti presenti nel carcere Sant’Anna di Modena durante le rivolte dell’8 marzo scorso hanno presentato un esposto alla procura di Ancona per denunciare quanto hanno visto e subito in quei giorni. Hanno raccontato di centinaia di uomini in divisa che hanno puntato le armi contro i detenuti, sparando e uccidendone 9 e dei successivi pestaggi di massa sui prigionieri inermi, proseguiti anche durante i trasferimenti ad altre carceri.

Insomma, con buona pace di procure, prefetture, questure, tv e giornali, l’overdose c’entra sempre poco. Il copione è sempre lo stesso: provare ad insabbiare l’accaduto, imbastendo alla svelta false verità ufficiali che stravolgono i fatti, trovare qualcuno da incolpare ( i detenuti stessi, criminali e tossici, vaghe regie esterne), terrorizzare e rimpatriare in fretta e furia i testimoni, come dopo la morte di Vakhtang e Orgest.

I parallelismi fra carceri e Cpr non finiscono certo qui: entrambi sono manifestazioni fisiche di oppressione, tortura, ricatto, isolamento, annichilimento e morte, entrambi destinati, nella grande maggioranza dei casi, a quella umanità “di scarto” che non vuole o non può piegarsi ai ricatti dello Stato e del capitale o che è nata con il documento “sbagliato”.

Che tutte quelle mura possano cadere.

Solidarietà ai/le prigionieri//e e a tutti/e i/le rivoltosi/e.

A chi è o sarà in fuga dal CPR i nostri migliori auguri!

Respingiamo la violenza dei confini!

Respingiamo la violenza dei confini!
Contro pushback e violenza dell’UE e della polizia

Trieste è una città di confine, alcuni la chiamano “Lampedusa del nord”. Trieste è infatti la porta d’entrata della rotta dei Balcani, come Lampedusa è la porta d’entrata della Rotta del Mediterraneo centrale. A Trieste si arriva a piedi, a Lampedusa in nave o in gommone.

Lungo la rotta balcanica chi migra si trova a superare vari confini, prima di poter entrare nell’Area Schengen dove, almeno formalmente, vige la “libera circolazione”. Teoricamente tale area è delimitata dal confine che separa la Slovenia dalla Croazia, ma ormai da anni l’Unione Europea ha delegato alla Croazia il “lavoro sporco” di fermare le persone che tentano di entrare nella UE, respingendole nei paesi che si trovano ancora più a sud, Bosnia e Serbia.

Come documentato nelle 1500 testimonianze raccolte fin dal 2018 dalla rete borderviolence.eu e pubblicate in “black book of push backs I e II”, le persone vengono fermate, maltrattate violentemente dalla Polizia croata e da Frontex e ricacciate oltre confine.

Però, per chi migra, anche superare il confine sud della Croazia non significa essere finalmente al sicuro: da due anni la Slovenia, quando rintraccia queste persone, le consegna in poco tempo alla polizia croata che a sua volta le deporta al confine.
Da maggio di quest’anno si è inserita in questo meccanismo anche l’Italia: ciò che qui chiamano “riammissioni informali in Slovenia” non sono altro che il primo anello di questa catena. Tra gennaio e metà novembre 2020, la polizia di frontiera di Trieste e Gorizia ha “riammesso” 1240 persone (+420% rispetto al 2019).
In Bosnia, destinazione ultima di queste “riammissioni”, da alcuni anni si è creato un collo di bottiglia. Vi si trovano persone soprattutto giovanissime, che solitamente sono in viaggio da anni e non hanno alcun interesse a fermarsi in Italia ma vogliono arrivare ai Paesi del nord. Quando arrivano a Trieste, stremati dai 15-20 giorni di fughe, cammino e stenti, ricevono una cura informale in piazza Libertà (di fronte alla stazione) dalle attiviste dei gruppi Linea d’Ombra e Strada si.Cura.

I respingimenti sono contrari alle leggi sull’immigrazione dell’UE e nonostante questa ne neghi pubblicamente l’esistenza li finanzia in vario modo.

Il 23 dicembre il campo di Lipa, vicino a Bihać, al confine nordoccidentale della Bosnia Erzegovina, è andato a fuoco. Da allora, i giornali italiani hanno cominciato a raccontare che in Bosnia è in atto una crisi umanitaria, come le attiviste e gli attivisti sul posto e al di qua del confine dicevano da anni.

Quella che viene chiamata in questi giorni “crisi umanitaria” sulla stampa italiana è una situazione di violenza sistemica che non si limita al freddo intollerabile di questi giorni al confine bosniaco ma si estende alla gestione da parte dell’Oim (l’ente Europeo gestore dei campi) dei grandi campi bosniaci, alle violenze sistematiche della polizia croata, alla catena dei respingimenti che arriva fino a Trieste, al razzismo fuori e dentro i confini dell’Unione Europea.

La dirigenza della questura di Trieste dal 30 dicembre è passata nelle mani di Irene Tittioni, esperta di pattugliamenti congiunti dei confini interessati da migrazioni.
Questa notizia ci mette in allerta, ci chiediamo cosa significhi essere esperti nel gestire in nome dello Stato fenomeni migratori clandestini creati da quelle stesse leggi che non forniscono visti, che permettono di entrare in Italia solo attraverso una migrazione pericolosa e chiedendo l’asilo politico, che rinnegano la maggior parte delle richieste d’asilo, che collaborano con e nascondono i respingimenti violenti e illegali.

Di fronte a tutto questo l’8 gennaio 2021 alle 17:30 saremo in piazza Goldoni a Trieste davanti al Consolato croato per denunciare pubblicamente le sanguinarie politiche europee in merito alla protezione dei confini. Ci saranno materiali informativi sui respingimenti, riflessioni e interventi con testimonianze delle attivist* che operano in Piazza della Libertà in Bosnia e Croazia.

Invitiamo chiunque non voglia accettare la normalità di tale orrore ad essere presente.

Assemblea no-cpr-no-frontiere, Strada si.Cura, Linea d’Ombra

Tra le fiamme e il ghiaccio: la catastrofe premeditata del campo di Lipa in Bosnia

Il 23 dicembre il campo di Lipa, vicino a Bihać, al confine nordoccidentale della Bosnia Erzegovina, è andato a fuoco. Da allora, i giornali italiani hanno cominciato a raccontare che in Bosnia è in atto una crisi umanitaria, come le attiviste e gli attivisti sul posto e al di qua del confine dicevano da anni.

Il 25 dicembre i gruppi No Name Kitchen, SOS Balkanroute, Medical Volunteers International, Blindspots e One Bridge To Idomeni pubblicavano questo comunicato:

“Oggi, a #Natale, migliaia di persone sono senza casa. Necessità di base, sicurezza e accoglienza, igiene, cibo e assistenza medica non sono garantite per le persone in movimento qui e nella regione.
Lipa era un campo non pronto ad accogliere dignitosamente le persone. L’unica alternativa proposta a questa crisi umanitaria, prima dell’incendio e dopo mesi di trattativa su come gestire le persone migranti che vivevano all’interno del campo di Lipa, è stata quella di utilizzare la struttura dell’ex campo di Bira, nella città di Bihać. Quindi l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), che gestiva il campo di Lipa, voleva trasferire le persone in questo campo. Tuttavia, secondo gli osservatori, cittadini preoccupati e gruppi fascisti hanno bloccato le strade di accesso e hanno impedito l’ingresso agli autobus di IOM sostenendo di non volere un altro campo in città.

Dopo l’incendio di Lipa, la maggior parte delle persone migranti ieri ha cercato di raggiungere Bihac a piedi, ma è stata nuovamente bloccata dalle autorità locali. Qualche mese fa sono stati inasprite le repressioni contro le persone migranti, così come contro persone e strutture che li sostengono con cibo e vestiti.

Al momento, non c’è via d’uscita: è un blocco pericoloso che mette a rischio la salute delle persone. Così oggi, a Natale, queste persone non hanno accesso ai campi o ad alcun alloggio a Bihac, né a strutture di solidarietà a loro disposizione o non hanno il diritto di andare nei negozi della città e comprare cibo o vestiti.

L’Unione Europea e i suoi Stati membri condividono la responsabilità di questa catastrofe. Non agendo, accettano la sofferenza fisica e psicologica di queste persone. Le persone in movimento vengono bloccate con la forza e impedendo loro di accedere ai bisogni di base. Hanno bisogno di un sostegno solidale in loco e di prospettive a lungo termine.
L’Unione Europea, con i suoi cosiddetti “valori di solidarietà”, fallisce da anni quando si tratta di affrontare la tematica della migrazione. In una festività europea come quella odierna, il contrasto tra il nostro modo di vivere privilegiato e l’amara realtà alle nostre frontiere esterne diventa particolarmente drastico. Non c’è solidarietà. Non c’è umanità. Non ci sono diritti umani.”

Le richieste delle attiviste e degli attivisti sono queste:

• Fate evacuare le persone adesso!
• Fornite misure di soccorso di emergenza!
• Consentite le reti di supporto!
• L’Unione Europea dovrebbe prendere una decisione umana riguardo ai confini. I campi servono ad arginare il problema, non a risolverlo

Il 29 dicembre le circa 800 persone costrette nei boschi attorno alle ceneri di Lipa sono state caricate a forza e chiuse su una lunga fila di autobus. In serata si è scoperto che la destinazione sarebbe stata Bradina, un villaggio isolato, situato tra Mostar e Sarajevo. Ad oggi, 30 dicembre, ore 11, a quasi 24 ore dall’inizio dell’operazione, i 40 autobus con le persone a bordo sono ancora bloccati a Lipa.

Da quando esiste la nostra assemblea, abbiamo ripetuto che l’Unione europea ha responsabilità dirette nella gestione dei suoi confini: non tanto perché “sta a guardare” una catastrofe umanitaria, ma perché finanzia direttamente gli Stati membri (come la Croazia) e gli Stati confinanti (come la Bosnia Erzegovina) perché gestiscano in modo securitario e violento le vite delle persone che si trovano ora nei Balcani, con il passaporto sbagliato o senza passaporto. Come abbiamo già scritto, tutto il territorio che si estende dalla Bosnia all’Italia (la Croazia, la Slovenia, la provincia di Trieste) è un estesissimo dispositivo confinario, che le persone sono costrette ad attraversare, sotto i colpi delle polizie e degli eserciti, della delazione e delle leggi razziste degli Stati.

Chi viene scoperta/o a migrare in questa fascia di terra, viene violentemente respinta/o fino in Bosnia, con passaggi di camionetta in camionetta tra le varie Polizie di Stato coinvolte. A Trieste, ciò che chiamano “riammissioni informali in Slovenia”, iniziate negli ultimi sei mesi, non sono altro che il primo anello di questa catena. Tra gennaio e metà novembre 2020, la polizia di frontiera di Trieste e Gorizia ha “riammesso” 1240 persone (+420% rispetto al 2019).

Quella che viene chiamata in questi giorni “crisi umanitaria” sulla stampa italiana è una situazione di violenza sistemica della quale parliamo da più di due anni, che non si limita al freddo intollerabile di questi giorni al confine bosniaco ma si estende alla gestione da parte dell’Oim dei grandi campi bosniaci, alle violenze sistemiche della polizia croata, alla catena dei respingimenti che arriva fino a Trieste, al razzismo sistemico fuori e dentro i confini dell’Unione europea.

Finché ci saranno i confini, non ci sarà mai pace.

[fotografia: No name kitchen/Alba Duez]

Notte di rivolta al CPR

Ieri due persone detenute al cpr di Gradisca hanno tentato di evadere dalla struttura, purtroppo il loro tentativo di fuga non è andato a buon fine. Sono stati fermati e ci raccontano che sono stati picchiati dalla polizia che li ha riportati dentro al lager. Le altre persone hanno cominciato a gridare di non picchiarli ma, ci dicono, la polizia si è subito premurata di zittire anche loro con la forza.
Da dentro ci dicono che non ce la fanno più, che sono persi in un buco nero, che hanno freddo, non hanno vestiti, quando si lavano sono costretti a rimettersi la roba sporca.
Il coraggio e la determinazione nel provare a liberarsi dalla condizione di umiliazione e prigionia quotidiane ci dimostra che tutti i tentativi di annichilimento e annientamento della persona propri di strutture come carceri e cpr per fortuna non riescono nel loro intento.
Solidali con chi ieri si è ribellato e ha tentato la fuga

FUOCO AI CPR

FUOCO ALLE GALERE

Sabato 12 brulica di appuntamenti

📢 Sabato 12, appuntamenti solidali e contro la guerra a Trieste! Anche noi saremo in piazza tutta la giornata:

‼️ alle 10:00 in Largo Barriera, Presidio BASTA SPESE MILITARI e tagli alla sanità pubblica: interventi, microfono aperto e volantinaggio! Lo Stato continua ad investire in deportazione e guerra mentre la salute delle persone viene messa in secondo piano rispetto ai profitti di pochi. Le armi vendute ai paesi da cui scappano molte delle persone che approdano in Friuli Venezia Giulia sono spesso prodotte sui nostri territori. Solidarietà è anche opporsi a che quelle armi vengano prodotte e vendute!

https://www.facebook.com/events/470931253887401

‼️ alle 14:00 presidio davanti al carcere del Coroneo: interventi, musica e chiacchiere con i detenuti. Nel carcere del Coroneo si trova rinchiuso anche uno dei tre giovanissimi capri espiatori cui stanno cercando di attribuire le distruzioni collettive avvenute nel CPR di Gradisca ad agosto.

‼️ Alle 16:00 in Piazza della Libertà, come ogni giorno, si può portare supporto alle attiviste/i e volontarie/i di Linea d’Ombra e Strada Si.Cura che danno un primo aiuto a chi arriva dalla Rotta Balcanica.

Aiutateci a diffondere e non mancate!

Oggi N. è stato deportato.

Oggi alle 11:30 di mattina con il volo di linea della TunisAir che da Milano Malpensa va a Tunisi viene deportato N., trasportato da Gradisca in un’auto con due guardie armate appresso. Entrato incensurato nel CPR a giugno, ne esce ora, dopo 3 mesi di carcere e un patteggiamento insensato, che qualche avvocato, mosso da non si sa che logica, e una buona dose di pressione, gli hanno fatto firmare poco più di una settimana fa. La sua storia l’abbiamo raccontata qui. A seguito del patteggiamento è partito immediatamente l’iter per la deportazione. È stato uno dei tre capri espiatori cui hanno attribuito le rivolte collettive che quotidianamente avvenivano quest’estate nel CPR. Nel periodo in cui è rimasto nel CPR dopo essere stato in carcere, grazie a un fantasioso “obbligo di dimora”, è stato tenuto isolato, in una cella distrutta, al gelo. In queste condizioni, che ci sembrano ai limiti della legalità, sembra gli sia stato “suggerito” di concordare di voler essere deporto in modo non forzato. A N. va tutta la nostra solidarietà e i migliori auguri per il futuro, consci che dopo tanto odio e schifo almeno oggi potrà vedere dei volti amati. “Sono bloccato, non ci credevo che sarei stato deportato dopo poco.[..], la vita è una ruota, [..], ho preso lezioni importanti da questa storia”, ci riesce a dire.

In Italia, l’unica ragione per cui in 22 anni sono stati chiusi dei CPR è che i detenuti li hanno distrutti, spesso con il fuoco, e rischiando la vita per questo. Sapendo che le voci dei detenuti stentano a uscire, amplifichiamo noi le loro grida: FUOCO AI CPR! LIBERTÀ PER TUTTI I DETENUTI!

Urgente: nel CPR di Gradisca (0-3°C) niente porte né coperte

Nel CPR di Gradisca la maggior parte delle celle non ha porte e finestre. La maggior parte della struttura non ha il riscaldamento funzionante e da dentro ci raccontano che si stanno ammalando e che non riescono a dormire perché fa troppo freddo.

La cooperativa EDECO sa, il suo responsabile Simone Borile sa, i detenuti rischiano di morire di freddo e vengono lasciati come bestie a congelarsi. Né la garante dei detenuti Corbatto né la sindaca Tomasinsig hanno detto niente a riguardo.

“Non ci credo che sono in Italia” ci dice qualcuno “Non sto bene […], mi sento molto stanco, […] non hanno acceso il riscaldamento, non ci hanno dato i vestiti invernali e fa molto freddo” raccontano.

Oggi hanno deportato altre 12 persone tunisine, 2 dalla zona rossa e 10 dalla blu, per gli accordi aguzzini dell’ultimo anno.

Per fortuna l’altro ieri altre tre persone sono riuscite a fuggire. A queste auguriamo buona fortuna, nella speranza che molte altre riescano a farlo in futuro.

FUOCO AI CPR E A TUTTE LE GALERE.

La storia assurda di N.: “qui ti danno due anni come fossero caramelle”

Scriviamo con rabbia per diffondere la storia assurda di un ragazzo che ieri è stato processato per “concorso morale” agli episodi avvenuti il 14 agosto nel CPR: in breve, si tratta di un incendio, come quelli che avvenivano in quel posto ogni sera. Potrebbe sembrare uno scherzo se non avesse preso un anno e 10 mesi di reclusione. A lui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, temiamo che da un momento all’altro possano prenderselo con forza e ributtarlo nel posto da dove, due anni fa, ha scelto di partire. Che i CPR cadano e siano distrutti. Che tutti i suoi detenuti siano liberati! Che N. sia liberato! Diffondete!

N. arriva in Italia a metà 2018, a 22 anni “per costruire il mio futuro e guardare in avanti”, arriva in aereo a Venezia, pagando molti soldi per un contratto di lavoro a Potenza, che poi risulta non esistere. Parla già un po’ l’italiano, che ha iniziato a studiare da solo prima di partire.

Decide quindi di partire, passa in Francia e poi va a vivere in Belgio, dove lavora per sette mesi. Un giorno viene fermato e, non avendo un permesso di soggiorno valido per il Belgio, viene rispedito in Italia per regolarizzarsi. Il centro di rimpatrio in Belgio, dove sta in attesa del volo verso l’Italia, è interculturale, misto (uomini e donne) e ha una una palestra, assistenza medica, cibo buono e abbonamento a Netflix.

Arriva a Fiumicino e ad aspettarlo trova due donne – forse assistenti sociali forse funzionarie della Prefettura – che gli ritirano il passaporto e gli danno un permesso provvisorio, perché nel frattempo lui ha fatto richiesta asilo. Lo inviano in un CAS a Roma, talmente sporco che non si riusciva a fare la doccia: da quel CAS, N. decide di scappare. Vive e lavora un po’ a Napoli e poi torna in Veneto, va a fare la vendemmia e a lavorare in osteria a Conegliano. Fa la commissione per la richiesta asilo, intraprendendo l’unica via per regolarizzarsi in Italia, e, come per quasi tutti, la sua richiesta viene rifiutata senza grandi spiegazioni. Un giorno, mentre mangia un kebab in piazza, viene fermato e trovato senza permesso di soggiorno, spiega che sta per consegnare i documenti per la sanatoria aperta da poco. Tuttavia, pochi giorni dopo, vanno a prenderlo al suo domicilio per portarlo al CPR di Gradisca. Dopo pochi giorni, compie 25 anni. Sta male, come tutti i detenuti nel CPR.

Un giorno di luglio 2020, vede dalle inferriate il corpo di Orgest Turia che viene portato via e vede Hassan in fin di vita. In quel periodo nel CPR ci sono incendi tutte le sere. Qualche tempo dopo N. ha richiesto un colloquio per nominare un avvocato di fiducia; il colloquio inizialmente gli viene impedito, dicendo all’avvocato che il ragazzo non può essere convocato perché si trova in quarantena per il Covid, N. smentisce questa versione: lui è nel CPR da più di un mese ormai, gli hanno fatto tre tamponi, tutti e tre con esito negativo. N. si sente preso in giro e pensa stiano usando la scusa della quarantena per isolarlo e non permettergli di parlare con nessuno.

Il 14 agosto, ci sono stati degli incendi a seguito del pestaggio di alcuni altri detenuti nella zona rossa. In quei giorni, il fuoco è una presenza quotidiana; ogni sera, a seguito di una giornata di pesanti soprusi, nel CPR di Gradisca avvengono piccole rivolte. Ma il 14 agosto la repressione sembra essere stata più violenta, come avevamo raccontato in questo post.

Il 15 agosto, all’alba, viene preso e portato al carcere di Gorizia con altri due detenuti: viene messo in custodia cautelare per concorso morale ai fatti del 14 sera e viene messo sotto arresto assieme ad altre due persone. All’inizio, viene messo in quarantena, poi viene spostato con i detenuti comuni. Uno dei tre il 19 viene fatto uscire dal carcere, non si sa dove viene portato. L’altro rimane, ma viene poi trasferito due mesi dopo nel carcere di Trieste. Sugli altri due sembra pendessero accuse più gravi, come lesione, resistenza e danneggiamento. “Ci sono quelli che ammazzano e sono in giro per la strada e invece noi siamo stati messi in carcere”, ci dice.

L’8 settembre ha il riesame per le misure cautelari; il giorno prima avvisa. L’8 si prepara per andare in tribunale, ma nessuno lo porta al suo processo: dopo 23-24 giorni lo avvisano che tutte le istanze del riesame sono state rigettate e le misure cautelari in carcere vengono mantenute. Poi arriva la conclusione delle indagini e il rinvio a giudizio per il 15 dicembre, il giudice chiede il rito abbreviato o il patteggiamento. Parla con l’avvocato, fissa l’udienza per il patteggiamento per il 26 novembre e viene spostato con obbligo di dimora al CPR: più che un obbligo di dimora, si tratta di una detenzione carceraria.

Gli dicono che potrà assistere in videoconferenza dal carcere, o di persona. Il 26 mattina è pronto, ma nessuno lo fa uscire dal CPR o lo porta al suo processo. A metà udienza riceve una chiamata dall’avvocato, che chiede di interrompere momentaneamente l’udienza in modo da chiedere al suo assistito se gli va bene un patteggiamento di 1 anno e 10 mesi (aumentato di 10 mesi rispetto all’iniziale proposta). N., da quello che capisce, deve accettare poiché se andasse a processo gli verrebbero chiesti non meno di tre anni, come scritto sui primi documenti al suo arresto, prima della conclusione delle indagini. Si trova quindi ad accettare il patteggiamento al telefono, nella sua cella del CPR senza poter presenziare al suo processo o ascoltare ciò che è stato detto. È incensurato quindi può avere la pena sospesa per la condizionale.

“Qui ti danno due anni come fossero delle caramelle”, ci dice. 1 anno e 10 mesi, dopo 3 mesi di carcere cautelare, per concorso morale a una delle centinaia rivolte di coloro che nel CPR rivendicano di essere umani.

E adesso?

Solo ieri hanno deportato 13 persone tunisine dal CPR di Gradisca, lunedì 24, i giorni prima ancora di più. N. sa che forse sarà uno dei prossimi, ma non vuole tornare in Tunisia, da dove se n’è andato. È arrivato in Italia poco più di due anni fa, ha fatto 54 giorni di CPR, 3 mesi di carcere e ora si trova da 10 giorni di nuovo nel CPR.

“Sono massacrato, qua dentro al CPR mi hanno rovinato la vita, in tutti i sensi”.

CHE N. SIA LIBERATO E POSSA VIVERE DOVE VUOLE, COME TUTTI GLI ALTRI DETENUTI. SOLIDARIETÀ A N. E A TUTTI I DETENUTI!

MINACCE DI MORTE E ESPULSIONI

Dentro il CPR c’è Hassen, un uomo che parla bene italiano ed ha vissuto a Padova per anni, un uomo originario dalla Tunisia che ha aiutato spesso, facendo da traduttore, i suoi compagni di detenzione trasportati nel lager di Gradisca da Lampedusa.

Hassen è scappato dalla Tunisia perchè minacciato di morte, se fosse rimasto gli sarebbe costata la vita. Hassen ha un’infezione tubercolare latente ed un nodulo (benigno) alla tiroide.

Quando la polizia lo ha fermato a Padova, lui si è sentito male, ha avuto nausea e giramenti di testa, e ha chiesto di andare all’ospedale, ci racconta che i poliziotti lo hanno picchiato e minacciato di rimandarlo subito in Tunisia. Successivamente è stato portato al Cpr di Gradisca, da quando è entrato ci raccontano che non gli hanno fatto alcuna visita medica. Martedì della scorsa settimana lo hanno portato presso il consolato tunisino, ma ci racconta che l’hanno lasciato chiuso dentro al “furgone” impedendogli di parlare con il console, dopo avergli preso i documenti.

Ieri gli hanno fatto un tampone, che lui ha preso come indizio della sua imminente deportazione, e Hassen ha scritto una lettera di addio alla madre e ha iniziato a prepararsi per il suicidio: o morto o libero, in Tunisia a farsi ammazzare non ci vuole tornare. I compagni di cella ed i contatti all’esterno hanno cercato di farlo desistere ed hanno vegliato la notte per scongiurare la sua deportazione. Al momento si trova ancora nel CPR, sembra i giorni dei rimpatri ora siano diventati martedì, giovedì e venerdì.

Si trova nel CPR da 3 mesi, tempo massimo secondo le nuove modifiche dei decreti “sicurezza”. La sua permanenza forzata è dovuta alle convalide mensili comminate dall’unico Giudice di Pace della provincia di Gorizia, noto a detenuti ed avvocati per le sue sentenze quasi sempre a favore della detenzione. La sua vita misera e annichilita degli ultimi mesi è dovuta alla cooperativa EDECO che gestisce il centro. L’impossibilità di “allontanarsi volontariamente” dal centro è dovuto ai dispositivi di controllo e alle guardie armate usati per controllare il centro, come fosse un carcere di massima sicurezza. La sua deportazione (e la sua eventuale morte) è dovuta alle leggi razziste approvate da tutti i governi e le giunte che si sono susseguiti.

Che i gradiscani e le gradiscane, le uniche persone che possono muoversi nel comune vadano di fronte a quel centro a farsi raccontare cosa succede, ad opporsi a che lo deportino. Che gli operatori degli aeroporti, che gli autisti degli autobus, che i normali passeggeri si rifiutino di essere mandanti di morte.

Che chiunque abbia qualche idea, la metta in pratica.