A Gradisca si muore: sappiamo chi è Stato

Due giorni fa, il 31 agosto 2022, un ventottenne pakistano del quale non sappiamo il nome si è ammazzato nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima.

Si è ammazzato in camera; l’hanno trovato i suoi compagni di reclusione.

Voci da dietro al muro

Da dietro le mura del CPR ci gridano che il ragazzo pakistano «ha fatto la corda» subito dopo l’incontro con il Giudice di pace di Gorizia che aveva confermato la sua permanenza nel centro per tre mesi. Ci chiedono di dire che si è ucciso dalla disperazione per quella scelta sulla sua vita. Ci dicono che era nella zona blu, dove tolgono i telefoni e dove vanno le persone appena entrate. I detenuti ci dicono che gli operatori del centro tengono loro nascosto il nome del ragazzo, nonostante le loro richieste.

Ci raccontano che molti, dopo le udienze con il Giudice di pace, si sentono male e altri hanno provato a impiccarsi, salvati poi dai compagni di stanza. Raccontano che in quei momenti si sta molto male e si perde la testa. Ci raccontano che è peggio di qualsiasi carcere e che nel cibo vengono messi psicofarmaci. Ci chiedono che parlamentari e giornalisti raccontino quello che succede realmente nei CPR ed entrino.

Chi ci parla ci dice di temere per la sua incolumità per quello che ci sta raccontando. Ci dice che si sta esponendo per tutti ma che i militari lo stanno guardando. Ci fornisce il suo nome e indirizzo perché teme per la sua vita, per il solo fatto di raccontare quello che succede. E noi lo sappiamo bene, ricordiamo come fosse ieri le deportazioni seriali e il sequestro immediato dei telefoni di tutti i detenuti che avevano testimoniato la notte della morte di Vakhtang.

Qui di seguito pubblichiamo due dei molti video ricevuti da dentro: un video a riguardo è stato pubblicato anche ieri da LasciateCIEntrare.

Repressione della solidarietà (con pistola puntata)

La sera del primo settembre, alcuni solidali sono passati davanti al Cpr per mostrare solidarietà ai reclusi e ascoltare le loro voci sulla morte del ragazzo pakistano. Mentre stavano lì, è arrivata una volante dei carabinieri, chiamata dal personale del Cpr insospettito dalla presenza di alcune persone fuori da quelle mura. 

Da una delle volanti, è uscito un carabiniere che ha cominciato a correre, non molto velocemente, puntando la pistola contro uno dei solidali. Le persone sono state perquisite e i cellulari sequestrati momentaneamente. Dopo un po’ di tempo, i solidali sono stati portati in caserma per essere identificati, dove hanno avuto la convalida del fermo di dodici ore. In caserma, uno dei solidali è stato costretto a una perquisizione integrale e a spogliarsi completamente.

L’esistenza del Cpr necessita del silenzio: la sola presenza di qualcuno nelle sue vicinanze origina sospetto e si tramuta in fermi, perquisizioni e, come successe ad altri solidali nel 2019, fogli di via dal territorio comunale. Il Cpr è istituzionalmente un luogo del quale bisogna ignorare l’esistenza, anche nei giorni in cui ammazza qualcuno. 

La violenza dell’arma puntata non ha alcuna giustificazione: la reazione poliziesca spropositata di fronte a un ragazzo bianco che non stava commettendo nessun reato ci interroga su quale sia il livello di soprusi al quale sono costrette ogni giorno le persone che non hanno la tutela della cittadinanza. Gli abusi di potere e la violenza razzista istituzionale tengono in piedi i Cpr ogni giorno.

Il commento indegno della garante

La Garante per i diritti delle persone recluse del comune di Gradisca, Giovanna Corbatto, commenta sul Messaggero veneto: «Non sappiamo se e quali fantasmi si portasse dietro, se la sua drammatica decisione sia stata pianificata o improvvisata, se avesse patologie. Avendo trascorso solo un’ora al Cpr sarei prudente nel citare le condizioni di vita all’interno come causa o concausa di un gesto così estremo».

Il meccanismo messo in atto da Corbatto è quello della colpevolizzazione della vittima (victim blaming): di fronte a un ragazzo che si è ammazzato dentro una struttura sulla decenza della quale lei stessa dovrebbe sorvegliare, Corbatto si rifiuta di riconoscere le responsabilità istituzionali e dà letteralmente la colpa alla vittima.

Il Cpr è uno spazio letale: si tratta di un dato innegabile, confermato dal susseguirsi delle morti. Chi muore lì dentro, in qualunque modo muoia, è un morto istituzionale, cioè un morto di Stato.

Quasi tre anni di un luogo letale

Nel lager di Gradisca dIsonzo, sono già morte troppe persone.

07/12/2021: Ezzeddine Anani, uomo marocchino di 41 anni, si toglie la vita nella cella in cui era recluso in isolamento per quarantena Covid.

14/07/2020: Orgest Turia muore in seguito a un’overdose e un suo compagno di stanza scampa alla stessa sorte. Mentre il prefetto di Gorizia Marchesiello dice che tutto va bene, dapprima la stampa locale diffonde la voce di una nuova morte per rissa, poi la sindaca Tomasinsig e rappresentanti della polizia ripropongono la narrazione infame dei detenuti tossici e dello spaccio di sostanze all’insaputa dei carcerieri. In realtà, Turia non è tossicodipendente, è un uomo di origini albanesi portato in Cpr perché trovato senza passaporto.

18/01/2020: Vakhtang Enukidze, cittadino georgiano trentottenne, viene ammazzato, secondo i testimoni, dalle botte ricevute dalle guardie armate della struttura. A seguito della sua morte tutti i testimoni vengono deportati, i loro cellulari sequestrati, la famiglia di Vakhtang Enukidze in Georgia subisce forti pressioni per non prendere parte a un processo penale e, ad oggi, non è stato comunicato alcun esito ufficiale dell’autopsia sul corpo.

30/04/2014: Majid el Khodra muore in ospedale a Trieste, dopo mesi di coma, dopo una caduta dal tetto dell’allora Cie di Gradisca, ad agosto dell’anno precedente. Ai suoi familiari viene negata per mesi la possibilità di vederlo. Dopo la sua morte, il Cie chiude, per riaprire qualche anno dopo con il nuovo nome di Cpr.

L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci ricorda che ad ammazzare non sono mai «i fantasmi»: sono le leggi, le istituzioni, i rappresentati razzisti dello Stato. L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci dice che quel posto, che è stato voluto da tutti i governi, non è riformabile. Ci richiama a mobilitarci perché, se il Cpr continuerà a esistere, la gente continuerà a morirci dentro.

Migrant lives matter.

Autolesionismo e mancato soccorso nel CPR di Gradisca

In queste ultime ore, da dentro il CPR di Gradisca escono storie di violenza, autolesionismo e mancato soccorso.

Un video pubblicato su un gruppo facebook di persone tunisine in Italia mostra due persone a terra, in mezzo al sangue, dopo essersi procurate dei tagli (TW: sangue, autolesionismo). L’autolesionismo è una pratica di resistenza spesso utilizzata dai reclusi, che sono privati di ogni altra maniera di denunciare la propria situazione e rivendicare il proprio desiderio di libertà.

Dentro è un inferno, i reclusi ci raccontano che vengono trattati di merda, non escono mai dalle gabbie e non vengono portati in ospedale neppure quando i medici che li visitano nel CPR dicono che dovrebbero andarci.

In questo caso, si è dovuta aspettare più di un’ora per i due uomini che stavano perdendo molto sangue. Per ora, le voci su cosa sia successo non sono confermate.

Il deputato tunisino Majdi Karbai, che spesso ha raccontato la situazione dei tunisini in Italia, ha scritto oggi in un post di aver contattato il Garante per i diritti delle persone detenute e dei funzionari del ministero della Giustizia al fine di aprire un’indagine su quanto è successo ieri a Gradisca.

Intanto, pochi giorni fa è stato il secondo anniversario della morte di Vakhtang Enukidze, morto a un mese dalla riapertura del CPR, dopo un pestaggio poliziesco. Dopo di lui, dentro la galera etnica di Gradisca, sono morti anche Orgest Turia, nell’estate 2020, e Ezzedine Anani, il mese scorso. Ezzedine, tunisino, se non fosse morto, sarebbe stato deportato direttamente in Tunisia, come avviene con tutti i suoi concittadini che da Gradisca, bisettimanalmente, vengono rimandati nel luogo dal quale hanno scelto di andarsene.

Voci dal Cpr: siamo in sciopero della fame!

Ieri, 19 dicembre 2021, ci siamo ritrovate assieme a compagni e compagne da tutta la regione sotto il lager di Gradisca. La morte di B.H.R. pochi giorni fa, la terza da quando il CPR ha riaperto il 17 dicembre di due anni fa, non poteva rimanere sotto silenzio.

Come sempre uno degli obiettivi dell’iniziativa era farsi sentire dai reclusi per comunicare loro la nostra solidarietà e vicinanza. Nonostante la questura avesse come sempre relegato il presidio al lato opposto della strada, un cospicuo gruppo di partecipanti al presidio si è spontaneamente spostato davanti al lager urlando slogan e ricevendo una risposta da dentro. Le voci gridavano: libertà!

Mentre cercavano di comunicare con l’esterno, alcune persone recluse sono state minacciate di venir denunciate se avessero continuato a comunicare con i solidali.

Oggi abbiamo scoperto che dentro al CPR, ci sono diverse persone in sciopero della fame, almeno tre in zona verde e qualcuno in zona rossa. Uno non mangia da tre giorni, altri hanno iniziato tra ieri e oggi. Da dentro, chiedono di condividere fuori la notizia del loro sciopero; la rivendicazione è la libertà, tutti vogliono uscire da lì.

Nel frattempo, la rete No Cpr di Milano ha riportato nuove notizie sul suicidio avvenuto nel Cpr di Gradisca, che riportiamo qui sotto anche se non abbiamo ancora avuto modo di confermarle:

La notte tra il 5 ed il 6 dicembre 2021 avevamo diffuso la notizia di un giovane suicidatosi nel CPR di Gradisca di Isonzo. Si pensava inizialmente si trattasse di un marocchino. Si tratta invece di un cittadino tunisino di 44 anni. Il suo nome è Anani Ezzeddine. La famiglia è stata informata prontamente dalle autorità competenti; anche loro chiedono di comprendere le ragioni del suicidio. In questi giorni sempre nel CPR di Gradisca diverse sono state le segnalazioni di persone che hanno tentato il suicidio, che sono state salvate e sostenute dai compagni di cella. Nel caso di Anani non c’è stato nulla da fare.

Ieri, mentre noi eravamo a Gradisca, altre persone si sono mobilitate sia contro il CPR di Milano sia contro il CPR di Ponte Galeria, vicino a Roma.

Contro tutti i lager, contro tutti i confini.

[L’immagine rappresenta una scritta sull’asfalto, che dice: “Vakhtang, Orgest, BHR, morti di Stato”. La scritta è apparsa ieri al termine del presidio, davanti al CPR.]

 

Testimonianze dal CPR di Gradisca, a due giorni dalla morte di R.

Ieri, 8 dicembre 2021, alcune decine di solidali hanno deciso di ritrovarsi sotto le mura del CPR di Gradisca d’Isonzo da dove il giorno prima era uscita la notizia del suicidio di un uomo marocchino rinchiuso in isolamento, per gridare la propria solidarietà e vicinanza ai reclusi.

Del ragazzo morto sappiamo, per ora, poco: pare che il suo nome iniziasse per R. e che portasse i dread lunghi. Era marocchino ed era arrivato da poco; era stato rinchiuso in isolamento per quarantena.

Alcune notizie sulla morte di R. ci arrivano da un video pubblicato su facebook da Campagne in lotta, che trascriviamo in parte qui sotto:

«Due sere fa, un ragazzo tunisino o marocchino è stato con noi in camera, però dopo l’hanno spostato da solo. Quella notte lì lui si è suicidato, hai capito? La mattina ci siamo svegliati e abbiamo chiesto di lui e ci hanno detto che lui stava male e l’avevano portato all’ospedale. Però ci sono altri ragazzi della stanza di fronte a lui che mi hanno detto che lui era morto, l’hanno portato morto già. Loro hanno detto che stava male e per quello l’hanno portato in ospedale, ma non hanno raccontato la verità, hai capito?»

Piano piano, stiamo riallacciando i rapporti con le persone che sono chiuse dentro il CPR. Ci hanno raccontato che dentro nessuno racconta loro nulla di ciò che succede. Alcuni operatori sono africani, come molte delle persone rinchiuse, ma questo non permette di creare rapporti di solidarietà («sono africani ma sono peggio della polizia!»).

Le persone hanno varie origini: Alcuni vengono direttamente dalle navi quarantena e vengono subito rimpatriati: si tratta soprattutto di tunisini e marocchini. Ci sono anche africani neri, arabi, serbi, kosovari, «tutti quelli che non vengono nell’unione europea».

I reclusi hanno a che fare con medici, alcuni «bravi, altri razzisti», «alcuni che non ti cagano e altri che ti cagano ma quando ti cagano se ne fregano».

Nelle celle ci stanno dodici persone; nella zona di isolamento in ogni cella ci stanno otto persone. Nelle celle c’è molto freddo, non c’è riscaldamento e ci sono delle finestre rotte, quindi di solito passano le giornate nella parte esterna delle stesse e accendono fuochi per scaldarsi con quello che trovano a disposizione. Ieri erano tutti dentro a causa della pioggia, le finestre, se non sono rotte, sono blindate.

Altre notizie sulla vita nel CPR ci arrivano dal video pubblicato da Campagne in lotta, del quale trascriviamo una seconda parte qui sotto:

«Vedi qua io ho sistemato questa porta mettendo lo scotch e la plastica per il freddo. La finestra era rotta. Abbiamo un amico che lavora qua e lui ci ha aiutato a sistemare; dall’altra parte purtroppo loro non hanno avuto questa fortuna… Solo che qua fa molto freddo. Questi sono i bagni che non puliscono neanche, vedi? Oggi non puoi fare la doccia perché l’acqua è fredda. Qua siamo in mezzo alla campagna, fa troppo freddo.»

Il video si conclude con un’inquadratura su un uomo accasciato a terra attorniato da personale sanitario (?) e sulla richiesta di un poliziotto (?) di «portare via il telefono e andare di là». 

Gli ultimi minuti del video mostrano la retata con la quale vengono prelevati dal CPR coloro che sono destinati al rimpatrio forzato: «portano gli africani in Africa perché sono senza documenti».  

Una voce commenta:

«Cosa hanno passato questi ragazzi per arrivare fino a qua… e quanti soldi hanno speso… per un pezzo di documenti… spero che oggi dormirete bene.»

Un testo di Divine sulla sua espulsione dall’Italia

Riceviamo e volentieri diffondiamo una testimonianza di Divine, compagno di origini nigeriane, sulla sua espulsione dall’Italia e sulla sua esperienza nel Cpr di Bari.

Un saluto a tutt*

La mattina del giorno 15/07/2019, mi ritrovai gli sbirri in casa che mi chiesero di seguirli per la firma di una notifica.

Arrivati in questura scoprii che la notifica riguardava la mia espulsione per il giorno seguente, così mi portarono e trattennero all’aereoporto di Malpensa.
Naturalmente lo stesso giorno del trattenimento ci fu un processo in stile medievale con tutto già deciso in partenza.

Il giorno seguente, a Malpensa, mi fu detto da uno sbirro che l’espusione era stata bloccata dalla CEDU (corte europea dei diritti umani), così che invece di liberarmi e basta, non soddisfatti degli esiti della corte europea, decisero di rinchiudermi nel CPR di Bari.

Se fino allora gli sbirri erano stati legalisti, nel CPR di Bari gli sbirri sono tutt’altro che sbirri “legalisti”. Vorrei soffermarmi su alcune precisazioni riguardanti il CPR;

1) All’interno del CPR è vietato introdurre telecamere o cose simili.

2) I telefoni vengono forniti dalla struttura stessa (a me personalmente non è mai stato dato…)

3) All’entrata del CPR vieni perquisito come all’entrata di un carcere (il carcere è decisamente meglio) i tuoi effetti personali vengono custoditi da loro, e nel caso tu abbia soldi verranno contati ed anche essi “custoditi” (o meglio incustoditi in tasca altrui dato che all’uscita mi sono quasi fatto menare per averli indietro).

4) La struttura è formata da bracci (spesso nei bracci vieni messo con i tuoi connazionali) ed io ero all’interno di un braccio con una prevalenza di Albanesi.

All’interno del braccio l’aria è nauseante (un mischio di urina e feci), i bagni sono di fronte alle camere, inoltre c’è un soggiorno con una tv dove si mangia
ed un campetto dove stare all’aperto.

-Le camere sono formate da semplici file di letti nei quali non ci sono nemmeno lenzuola.

-I bagni sono senza water e l’aria è irrespirabile, con pezzi di escrementi e urina decennali attaccati sulle pareti del bagno e delle docce (le docce sono di fianco al water) i lavandini anche essi di fianco ai water (ugualmente sporchi di escrementi).

5) Il cibo viene drogato di psicofarmaci  tranquillizzanti.

Ora, a distanza di quasi due anni, si è tenuta l’udienza definitiva della corte europea, la quale ha delegato la decisione sulla mia espulsione al governo italiano, che ovviamente mi ha espulso.

L’elenco è lungo  ma le cose principali sono queste. Io non sono sorpreso dal trattamento riservato ai senza documenti. Non sono sorpreso dal fatto che mi vogliano espellere; del resto lo stato è lo stato, e come tale vuole salvaguardare i suoi interessi!  Sappiamo tutti come si comporta lo stato con i suoi nemici. E nulla ci deve più sorprendere, ma al contrario prepararci a sferrare un pugno più potente cercando di schivare i colpi. Siamo noi che dobbiamo sorprendere loro e non viceversa.

Divine.

TUNISIA-GRADISCA E RITORNO, PASSANDO PER LAMPEDUSA: il “business dell’immigrazione” dello Stato italiano

Dal CPR di Gradisca ci arrivano notizie di continui soprusi. Ferite non curate o curate male, minacce e intimidazioni. Durante una visita di una donna al proprio compagno recluso, sono stati sequestrati i documenti di lui e lei è stata minacciata di non poter fare altre visite.

Non sappiamo chi abbia preso quei documenti, se si sia trattato della polizia o di qualche operatore della cooperativa gestrice, la ex-EDECO ora TUCSO, sempre con sede a Battaglia Terme (PD), che nella sua storia di gestione dell’immigrazione vanta tre morti ed è finita a processo accusata da un lato di maltrattamenti e abusi verso gli “ospiti”, dall’altro di accordarsi con le Prefetture per vincere i bandi di gestione ed evitare i controlli.

Il CPR di Gradisca continua a essere l’hub informale per i respingimenti a caldo dalle navi quarantena. Grazie agli accordi Italia-Tunisia presi dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese a Tunisi nell’agosto 2020, atti a «contrastare il traffico di migranti», l’Italia deporta, senza permettere la richiesta di asilo, centinaia di giovani e giovanissimi scampati al naufragio e arrivati sulle coste italiane. In breve, le persone che sopravvivono alla rotta del Mediterraneo centrale vengono immediatamente rimpatriate, perché intraprendano il viaggio un’altra volta.

La procedura della deportazione, secondo le informazioni raccolte finora, funziona così:

1. sbarcate a Lampedusa o Pantelleria, le persone vengono portate sulle navi quarantena;

2. né qui, né in alcun momento successivo viene loro permesso di perfezionare una richiesta di asilo;

3. dopo il periodo di quarantena, vengono trasportate in modo coatto al CPR di Gradisca, in zona blu, isolate dal resto dei detenuti;

4. qui, in generale, non hanno la possibilità di usare il telefono per avvisare le famiglie, non viene fornita loro una sim card e spesso non hanno la possibilità di comunicare con alcun avvocato;

5. il martedì e il giovedì mattina all’alba, gruppi di dieci o venti persone vengono caricati su degli autobus della polizia e trasportati solitamente fino a Milano; né loro né eventuali avvocati vengono informati con anticipo;

6. da qui prendono un volo, secondo alcune voci si tratta di aerei della compagnia spagnola Vueling, che le porta a Palermo;

7. a Palermo un console dà l’autorizzazione per la deportazione, dopo averli sommariamente identificati come cittadini del proprio Paese;

8. nel caso avvengano errori di identificazione, per esempio se vengono trasferite a Palermo persone tunisine con una richiesta d’asilo in corso, cioè giunte prima che questo meccanismo venisse messo in moto o arrivate in altro modo, allora questa procedura si interrompe: ci sono casi di persone che, una volta arrivate a Palermo, sono state infatti rispedite a Gradisca.

L’Italia sta attuando deportazioni seriali che, oltre a favorire chi specula sui traffici di persone, mettono a rischio la vita di persone obbligandole a intraprendere una seconda volta il viaggio. Sembra un meccanismo ad hoc perfezionato per effettuare respingimenti illegali, come quelli che avvenivano a Trieste verso la Bosnia, respingimenti immediati che non garantiscono alle persone la possibilità di chiedere asilo.

A Gradisca, come in tutti i CPR e come abbiamo scritto spesso, le condizioni sono degradanti, disumanizzanti, umilianti: nei video che seguono ci sono recenti testimonianze. Invitiamo vivamente a guardarle, anche se ci stiamo assuefacendo alla miseria, nessuno/a dovrà poter dire di non sapere. Si vedono i letti senza materassi, i bagni putridi, i pavimenti insanguinati e (non l’avevamo mai visto prima) un cappio, lasciato legato alle inferriate sopra a una porta:
una rappresaglia,
le condizioni putride,

una testimonianza.

Che le voci che si stanno levando per Moussa Balde non sfumino con alcuni articoli di giornale. È già avvenuto per Vakhtang e non può risuccedere.

Il CPR uccide strutturalmente, il CPR crea un mondo terribile per tutte e tutti, il CPR serve a far guadagnare cooperative con le mani sporche di sangue e a ricattare persone fragili sul lavoro. Il CPR va distrutto. Per Musa Balde, per Orgest Turia, per Vakhtang Enukidze, per Faisal, per Majid el Khodra e per tutti coloro che con il CPR sono stati ammazzati.

Musa Balde, un altro morto di Cpr

Un’altra morte di Stato dentro al Cpr di Torino. Un’altra persona uccisa dalla brutalità delle prigioni etniche, dalla violenza dell’Europa, dall’indifferenza. A quasi un anno e mezzo di distanza dalla morte di Vakhtang Enukidze e a quasi un anno da quella di Orgest Turia dentro al Cpr di Gradisca, ieri, 23 maggio, Musa Balde, di ventitré anni, originario della Guinea, è stato trovato morto all’interno del Cpr di Torino.

L’ipotesi circolata sulla causa del decesso è quella del suicidio. Le cause della morte di Musa devono essere accertate, ma per quello che la storia ci ha insegnato sappiamo che sarà molto facile insabbiare qualsiasi prova sulle reali responsabilità di chi ha in gestione questi campi di concentramento; se anche si fosse trattato di suicidio, non ci sembra sbagliato dire che Musa è STATO suicidato.

Le testimonianze raccolte e che continuiamo a raccogliere da dentro il Cpr di Gradisca ci dicono che i casi di internati che hanno pensato molto seriamente al suicidio sono tantissimi, ma ancora più numerosi sono gli episodi di violenza quotidiana subita da chi è rinchiuso. Lo ribadiamo: qualsiasi morte all’interno di una struttura carceraria e securitaria come quella dei Cpr è una morta indotta e causata dal funzionamento della struttura stessa; è una morte di Stato, e ognuno di noi ne è testimone!

Riprendiamo dalla pagina di Nocpr Torino, un aggiornamento sulle testimonianze dei reclusi che si trovano all’interno di quella prigione razziale: a loro va tutta la nostra solidarietà.

DOMANI MARTEDÌ 25 MAGGIO ORE 18

PRESIDIO SOTTO LE MURA DEL CPR DI CORSO BRUNELLESCHI A TORINO

CONTRO OGNI PRIGIONE, CONTRO OGNI FRONTIERA!

In solidarietà con i reclusi in sciopero della fame.

«24.5.2021 Abbiamo sentito la voce di alcuni reclusi che con coraggio hanno voluto raccontarci quello che sta accadendo dentro il CPR di Torino.

Il ragazzo deceduto nella notte tra sabato e domenica si chiamava Musa Balde, aveva 23 anni ed era originario della Guinea. Il 9 maggio scorso era stato aggredito a colpi di spranghe da tre ragazzi italiani a Ventimiglia, luogo di frontiera, al confine con la Francia. Dopo essere stato massacrato di botte era stato portato in ospedale a Bordighera (Imperia) e dimesso con prognosi di 10 giorni per gravi lesioni ed un trauma facciale. A causa della denuncia in Questura era emersa la sua irregolarità sul territorio nazionale ed era stato portato al CPR di corso Brunelleschi a Torino dove da subito è stato rinchiuso nell’area Rossa insieme ad altri detenuti e successivamente, durante la serata di sabato, portato in isolamento all’interno della sezione denominata “Ospedaletto”.

Secondo la testimonianza di un ragazzo, nonostante dimostrasse chiari segni di sofferenza causati dalle lesioni al corpo, Musa Balde non è stato mai visitato da nessun medico o membro del personale medico del CPR. Ci ha raccontato che dopo il trasferimento in isolamento, avvenuto senza una chiara motivazione, lo ha sentito urlare e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere una risposta.

Domenica mattina la versione del suicidio si è diffusa rapidamente in tutte le aree del centro provocando numerose proteste tra i reclusi a causa del fatto che nessuno di loro ha creduto possibile che Musa Balde si sia potuto suicidare, accusando fin da subito la polizia ed il personale medico del CPR di quanto accaduto. Cosa è accaduto realmente durante la notte non si sa con certezza e probabilmente non si saprà mai anche perché non c’erano altri compagni in cella con lui. E anche se ci fossero stati sarebbero stati rimpatriati rapidamente per eliminare scomodi testimoni come è già successo dopo la morte di Faisal nel 2019, avvenuto sempre all’interno del CPR di Torino nella stessa sezione di isolamento dove si trovava Musa Balde e nel 2020 dopo la morte di Vakhtang, avvenuto nel CPR di Gradisca di Isonzo. Una cosa però è certa. Ovvero che un altro ragazzo è entrato dentro un Centro di Permanenza per il Rimpatrio con le sue gambe ed è uscito dentro una bara. Ucciso dallo Stato che ha concepito e continua a giustificare questi luoghi infami.

I ragazzi reclusi all’interno dell’area Verde e dell’area Blu hanno intrapreso uno sciopero della fame rifiutando il cibo avariato che gli viene fornito per protestare contro la morte del loro compagno e contro le condizioni in cui sono costretti.

Ieri sera un gruppo di solidali si è presentato sotto le mura del CPR di corso Brunelleschi per urlare la propria rabbia e sostenere chi con coraggio lotta per distruggere la propria gabbia.

Nella notte le proteste dei reclusi hanno preso forma con diversi incendi che hanno danneggiato parte dell’area Verde e dell’area Bianca.

Seguiranno aggiornamenti.”
Con questa siamo a tre morti dentro ai Cpr, dall’inizio del 2020.

Queste morti hanno resposabili precisi!

Quante ancora ne vogliamo contare?

I Cpr devono chiudere! SUBITO!»

Urgente: nel CPR di Gradisca (0-3°C) niente porte né coperte

Nel CPR di Gradisca la maggior parte delle celle non ha porte e finestre. La maggior parte della struttura non ha il riscaldamento funzionante e da dentro ci raccontano che si stanno ammalando e che non riescono a dormire perché fa troppo freddo.

La cooperativa EDECO sa, il suo responsabile Simone Borile sa, i detenuti rischiano di morire di freddo e vengono lasciati come bestie a congelarsi. Né la garante dei detenuti Corbatto né la sindaca Tomasinsig hanno detto niente a riguardo.

“Non ci credo che sono in Italia” ci dice qualcuno “Non sto bene […], mi sento molto stanco, […] non hanno acceso il riscaldamento, non ci hanno dato i vestiti invernali e fa molto freddo” raccontano.

Oggi hanno deportato altre 12 persone tunisine, 2 dalla zona rossa e 10 dalla blu, per gli accordi aguzzini dell’ultimo anno.

Per fortuna l’altro ieri altre tre persone sono riuscite a fuggire. A queste auguriamo buona fortuna, nella speranza che molte altre riescano a farlo in futuro.

FUOCO AI CPR E A TUTTE LE GALERE.

La storia assurda di N.: “qui ti danno due anni come fossero caramelle”

Scriviamo con rabbia per diffondere la storia assurda di un ragazzo che ieri è stato processato per “concorso morale” agli episodi avvenuti il 14 agosto nel CPR: in breve, si tratta di un incendio, come quelli che avvenivano in quel posto ogni sera. Potrebbe sembrare uno scherzo se non avesse preso un anno e 10 mesi di reclusione. A lui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, temiamo che da un momento all’altro possano prenderselo con forza e ributtarlo nel posto da dove, due anni fa, ha scelto di partire. Che i CPR cadano e siano distrutti. Che tutti i suoi detenuti siano liberati! Che N. sia liberato! Diffondete!

N. arriva in Italia a metà 2018, a 22 anni “per costruire il mio futuro e guardare in avanti”, arriva in aereo a Venezia, pagando molti soldi per un contratto di lavoro a Potenza, che poi risulta non esistere. Parla già un po’ l’italiano, che ha iniziato a studiare da solo prima di partire.

Decide quindi di partire, passa in Francia e poi va a vivere in Belgio, dove lavora per sette mesi. Un giorno viene fermato e, non avendo un permesso di soggiorno valido per il Belgio, viene rispedito in Italia per regolarizzarsi. Il centro di rimpatrio in Belgio, dove sta in attesa del volo verso l’Italia, è interculturale, misto (uomini e donne) e ha una una palestra, assistenza medica, cibo buono e abbonamento a Netflix.

Arriva a Fiumicino e ad aspettarlo trova due donne – forse assistenti sociali forse funzionarie della Prefettura – che gli ritirano il passaporto e gli danno un permesso provvisorio, perché nel frattempo lui ha fatto richiesta asilo. Lo inviano in un CAS a Roma, talmente sporco che non si riusciva a fare la doccia: da quel CAS, N. decide di scappare. Vive e lavora un po’ a Napoli e poi torna in Veneto, va a fare la vendemmia e a lavorare in osteria a Conegliano. Fa la commissione per la richiesta asilo, intraprendendo l’unica via per regolarizzarsi in Italia, e, come per quasi tutti, la sua richiesta viene rifiutata senza grandi spiegazioni. Un giorno, mentre mangia un kebab in piazza, viene fermato e trovato senza permesso di soggiorno, spiega che sta per consegnare i documenti per la sanatoria aperta da poco. Tuttavia, pochi giorni dopo, vanno a prenderlo al suo domicilio per portarlo al CPR di Gradisca. Dopo pochi giorni, compie 25 anni. Sta male, come tutti i detenuti nel CPR.

Un giorno di luglio 2020, vede dalle inferriate il corpo di Orgest Turia che viene portato via e vede Hassan in fin di vita. In quel periodo nel CPR ci sono incendi tutte le sere. Qualche tempo dopo N. ha richiesto un colloquio per nominare un avvocato di fiducia; il colloquio inizialmente gli viene impedito, dicendo all’avvocato che il ragazzo non può essere convocato perché si trova in quarantena per il Covid, N. smentisce questa versione: lui è nel CPR da più di un mese ormai, gli hanno fatto tre tamponi, tutti e tre con esito negativo. N. si sente preso in giro e pensa stiano usando la scusa della quarantena per isolarlo e non permettergli di parlare con nessuno.

Il 14 agosto, ci sono stati degli incendi a seguito del pestaggio di alcuni altri detenuti nella zona rossa. In quei giorni, il fuoco è una presenza quotidiana; ogni sera, a seguito di una giornata di pesanti soprusi, nel CPR di Gradisca avvengono piccole rivolte. Ma il 14 agosto la repressione sembra essere stata più violenta, come avevamo raccontato in questo post.

Il 15 agosto, all’alba, viene preso e portato al carcere di Gorizia con altri due detenuti: viene messo in custodia cautelare per concorso morale ai fatti del 14 sera e viene messo sotto arresto assieme ad altre due persone. All’inizio, viene messo in quarantena, poi viene spostato con i detenuti comuni. Uno dei tre il 19 viene fatto uscire dal carcere, non si sa dove viene portato. L’altro rimane, ma viene poi trasferito due mesi dopo nel carcere di Trieste. Sugli altri due sembra pendessero accuse più gravi, come lesione, resistenza e danneggiamento. “Ci sono quelli che ammazzano e sono in giro per la strada e invece noi siamo stati messi in carcere”, ci dice.

L’8 settembre ha il riesame per le misure cautelari; il giorno prima avvisa. L’8 si prepara per andare in tribunale, ma nessuno lo porta al suo processo: dopo 23-24 giorni lo avvisano che tutte le istanze del riesame sono state rigettate e le misure cautelari in carcere vengono mantenute. Poi arriva la conclusione delle indagini e il rinvio a giudizio per il 15 dicembre, il giudice chiede il rito abbreviato o il patteggiamento. Parla con l’avvocato, fissa l’udienza per il patteggiamento per il 26 novembre e viene spostato con obbligo di dimora al CPR: più che un obbligo di dimora, si tratta di una detenzione carceraria.

Gli dicono che potrà assistere in videoconferenza dal carcere, o di persona. Il 26 mattina è pronto, ma nessuno lo fa uscire dal CPR o lo porta al suo processo. A metà udienza riceve una chiamata dall’avvocato, che chiede di interrompere momentaneamente l’udienza in modo da chiedere al suo assistito se gli va bene un patteggiamento di 1 anno e 10 mesi (aumentato di 10 mesi rispetto all’iniziale proposta). N., da quello che capisce, deve accettare poiché se andasse a processo gli verrebbero chiesti non meno di tre anni, come scritto sui primi documenti al suo arresto, prima della conclusione delle indagini. Si trova quindi ad accettare il patteggiamento al telefono, nella sua cella del CPR senza poter presenziare al suo processo o ascoltare ciò che è stato detto. È incensurato quindi può avere la pena sospesa per la condizionale.

“Qui ti danno due anni come fossero delle caramelle”, ci dice. 1 anno e 10 mesi, dopo 3 mesi di carcere cautelare, per concorso morale a una delle centinaia rivolte di coloro che nel CPR rivendicano di essere umani.

E adesso?

Solo ieri hanno deportato 13 persone tunisine dal CPR di Gradisca, lunedì 24, i giorni prima ancora di più. N. sa che forse sarà uno dei prossimi, ma non vuole tornare in Tunisia, da dove se n’è andato. È arrivato in Italia poco più di due anni fa, ha fatto 54 giorni di CPR, 3 mesi di carcere e ora si trova da 10 giorni di nuovo nel CPR.

“Sono massacrato, qua dentro al CPR mi hanno rovinato la vita, in tutti i sensi”.

CHE N. SIA LIBERATO E POSSA VIVERE DOVE VUOLE, COME TUTTI GLI ALTRI DETENUTI. SOLIDARIETÀ A N. E A TUTTI I DETENUTI!