IN MEMORIA DI FAISAL HOSSAI E CONTRO TUTTI I CPR.

Faisal Hossai è morto nella notte tra il 7 e l’8 luglio in una delle celle di isolamento del CPR di Torino, dove si trovava da 22 giorni. Secondo testimonianza di un recluso, riportata da fanpage.it, Faisal Hossai sarebbe stato stuprato da due altri prigionieri e avrebbe avuto bisogno di cure. Secondo fanpage.it, un suo compagno di prigionia aveva denunciato alla Questura la situazione con queste parole: “Ieri 24 06 2019 ci fu un episodio di stupro che si consumo all’interno dello stesso centro […]. Si tratta di un regazzo che le forze dell’ordine presenti hanno poi portato in isolamento dopo averlo portato nell’aria blu dove sono anch’io dall’aria gialla dove era prima. Questo perche quando il regazzo è entrato nell’aria ha comenciato a piangere e ci ha raccontato l’accaduto. […] La nostri paura è che provino a insabbiare l’episodio perche a loro no conviene sicuramente che si interessi la procura di quanto succede ogni giorno all’interno del centro”. La polizia ha negato di aver ricevuto qualsiasi informazione a riguardo.

Dopo la denuncia, Faisal Hossai era stato trasferito prima nella zona blu e poi in isolamento, dove è morto la notte tra il 7 e l’8 luglio. Alla notizia della sua morte, è cominciata una rivolta da parte dei suoi compagni di prigionia, stremati per le condizioni di detenzione e per le sistematiche violenze che sono costretti a subire da parte della polizia. Le proteste all’interno del centro si sono susseguite durante tutta la giornata. La sera, la polizia è intervenuta per sedare la rivolta, utilizzando lacrimogeni e idranti all’interno del CPR. Nello stesso tempo, un gruppo di solidali che si era trovato in presidio fuori dal centro ha subito – insieme ad un fotoreporter – diverse cariche della polizia in tenuta antisommossa.

La vera faccia dei CPR, la loro natura di lager, buca con la morte di Faisal Hossai il velo dell’attenzione mediatica: per un giorno un fatto di cronaca mostra la violenza quotidiana che mettono in atto questi centri di internamento. Come ci stanno gridando tutti coloro che in questi giorni si stanno ribellando e stanno fuggendo dai CPR di Caltanissetta, di Roma, di Torino e, come ci grida la morte di Faisal Hossai, i CPR sono luoghi di tortura e non devono esistere.

A meno di un mese dalla morte di Sajid Hussain, che si è suicidato mentre viveva nel CARA di Gradisca, la morte di Faisal Hossai ci mette di fronte, di nuovo, al fatto che il CPR che vogliono aprire a Gradisca – come tutti gli altri – sarà un luogo di morte, dove si sopravviverà senza tutele e sotto tortura. Solo qualche giorno fa, un altro uomo che viveva nel CARA di Gradisca ha tentato di uccidersi buttandosi nel vuoto ed è stato fermato da un un passante. Anche lui, come Sajid Hussain, aveva chiesto il rimpatrio volontario.

Come scrive il compagno di Faisal Hossai nella sua mail alla Questura e ai giornali, “Chediamo per cortesia che qualcuno ci dia voce siamo stremati della fame è degli abusi perpetrati dello stesso personale senza poter fare niente.”

Pensare di non poterci fare niente, stringere lo spettro del proprio paraocchi per evitare di fare i conti con la realtà, delegare alle istituzioni una “gestione” o un cambio, sono tutte forme di “complicità passiva” con quello che sta accadendo.

Di “complicità attiva” ce n’è già molta, a noi spetta svegliarci e prenderci la responsabilità di reagire, di fermare questa catastrofe orchestrata in nostro nome.

A Gradisca vogliono aprire un lager, a Gradisca e a Udine esistono già centri di accoglienza alienanti dove le persone si ammazzano, a Trieste vengono bloccate persone stremate, in cammino da settimane, e rispedite violentemente oltre i confini europei. Tutto ciò avviene in nome della nostra sicurezza, economica e sociale.

Quei confini e quei lager creano un mondo più violento, autoritario e insicuro per tutte e tutti, per chi è nativa/o e per chi è arrivata/o. Se chiunque lo sa facesse dei passi in più nell’azione quotidiana, il lager di Gradisca e i respingimenti al confine si potrebbero bloccare.

COMUNICATO PER LA MORTE DI SAJID HUSSAIN

Sajid Hussain aveva 30 anni ed era originario del Parachinar, in Pakistan. Era arrivato in Europa qualche anno fa. Dalla Germania, dove aveva chiesto l’asilo politico e aveva vissuto alcuni anni, si era poi spostato in Italia, come molti suoi connazionali: tuttavia la sua richiesta d’asilo in Italia si era arenata in quanto il Paese di competenza – secondo il regolamento di Dublino II (2003/343/CE) – era la Germania, dove però le persone originarie del Parachinar difficilmente ricevono la protezione, al contrario di quanto avviene nel resto dell’Unione europea. In Italia, era entrato nel sistema di accoglienza a Staranzano (GO): era stato seguito dal Centro di Salute Mentale di Monfalcone. A seguito del cosiddetto Decreto Sicurezza e del conseguente smantellamento del sistema SPRAR di accoglienza diffusa, era stato trasferito, insieme ai suoi compagni, nel CARA di Gradisca d’Isonzo, gestito dalla cooperativa Minerva.

Otto mesi fa, aveva chiesto di avviare la procedura per il cosiddetto rimpatrio volontario assistito, gestito dall’agenzia dell’ONU per le migrazioni (IOM/OIM): il rimpatrio volontario è una misura di controllo e contrasto all’immigrazione, attraverso la quale uno Stato (o un’organizzazione internazionale) danno un sostegno economico alle persone che decidono di rientrare nel loro Paese di provenienza. Il processo di rimpatrio assistito di Sajid Hussain era bloccato per mancanza di fondi, come è stato per mesi per tutti quelli gestiti da IOM/OIM. Sajid chiedeva insistentemente di essere rimpatriato o rimandato in Germania: per dimostrare questo suo desiderio, circa quattro mesi fa aveva stracciato i suoi documenti.

Sajid si è annegato nell’Isonzo a Gorizia il 14 giugno, dopo essere stato in Questura a chiedere se si fosse sbloccata la sua procedura di rimpatrio.

La vita di Sajid Hussain interseca in più punti l’insostenibilità del governo europeo delle migrazioni: un sistema che l’ha costretto a un ingresso pericoloso e illegale; che l’ha inserito in un database di sorveglianza (Eurodac); che gli ha vietato di scegliere il Paese dove vivere e l’ha costretto a tentare la procedura di asilo in Italia; che l’ha sottoposto a un processo per la richiesta d’asilo lungo e precarizzante; che lo ha costretto a vivere in una struttura affollata e non adatta alla vita delle persone; che non l’ha tutelato per i suoi problemi psichici; che non gli ha permesso di scegliere di tornare indietro, ingabbiandolo in una strada senza uscita. Il suicidio di Sajid è anche una conseguenza diretta di questo sistema: è la scelta di una persona senza possibilità di scelta; è la scelta di una persona che, come tante altre, viveva le condizioni materiali di invisibilità e disumanizzazione alle quali è sottoposta/o chi entra in Europa illegalmente. Il suicidio di Sajid è una morte di Stato.

Se il Decreto sicurezza, con lo smantellamento del sistema SPRAR e l’eliminazione della protezione umanitaria, ha reso la vita in Italia dei/lle richiedenti asilo ancora più dura, è anche vero che in Italia l’immigrazione è sempre stata gestita come un fenomeno da controllare, incanalare e reprimere, secondo le necessità del mercato del lavoro. In questo razzismo istituzionale, che fonda lo Stato italiano come è oggi, sta l’origine dello sfruttamento delle migrazioni e dell’accettabilità dell’idea stessa che le persone richiedenti asilo possano essere ammassate in una struttura come il CARA di Gradisca, isolate, infantilizzate e costrette a un’attesa lunga mesi. A fianco a quel luogo, il CARA, dovrebbe essere presto aperta una prigione per persone irregolari: il Centro Permanente per il Rimpatrio (CPR), voluto dal Decreto Minniti-Orlando. L’apertura del CPR – di fatto un lager per le persone rinchiuse – porterebbe anche a un aumento del controllo poliziesco sulle vite delle persone che vivono nel CARA, oltre a essere per loro una minaccia visibile di espulsione e rimpatrio.

Il suicidio di Sajid, morto di Stato, segue (almeno) altri quattro suicidi che sono avvenuti negli ultimi due anni tra i richiedenti asilo in Friuli-Venezia Giulia. Questa invisibilità che si fa visibile per un giorno come notizia di cronaca nera è un richiamo potente all’evidenza della brutalità del sistema delle frontiere, che crea una gerarchia mortale tra gli abitanti del mondo. La lotta per la distruzione di tutti i confini è una lotta per la libertà di tutt*.

APERITIVO DI AUTOFINANZIAMENTO

PER LE COMPAGNE E I COMPAGNI ARRESTATE/I NELLE OPERAZIONI SCINTILLA E RENATA

Venerdì 12 aprile, dalle ore 18:30, ci incontreremo al Germinal (Via delBosco 52/a) per un aperitivo di autofinanziamento. I soldi raccolti sarannoinviati per le spese legali delle compagne e compagni di Torino e Trento,recentemente arrestate/i per la lotta contro le frontiere, la guerra e i centridi detenzione per persone senza documenti.Rifletteremo sulle differenza tra le forme di lotta di ieri e oggi e sullemodalità di repressione attuate, sulla violenza di quei non-luoghi di cui iCPR rappresentano l’esempio più tangibile, sulle attuali politichemigratorie e la chiusura dei confini, su politiche securitarie e decoro. Lasuperiorità della violenza del potere del governo può durare se la suastruttura rimane intatta. Come ricostruire una consapevolezza collettiva,basata sulla forza della condivisione e della coesione tra chi lotta?

– Introduce: Gian Andrea Franchi

Daremo inoltre informazioni sulle operazioni Scintilla e Renata edaggiornamenti.

Accorrete, ci sarà un goloso buffet!

Qui il volantino stampabile

Testo del volantino distribuito al presidio di Sabato 23 Febbraio

 


CROAZIA : SBIRRI D’EUROPA


Nel 2016, l’Unione Europea ha firmato un accordo con la Turchia con il quale esternalizza alla dittatura di Erdoğan la responsabilità di fermare con tutti i mezzi le persone che tentano di raggiungere l’UE via terra attraverso la rotta balcanica; in più, l’accordo dichiara la Turchia “Paese terzo sicuro” e quindi permette il respingimento delle persone dalla Grecia alla Turchia, in cambio di 6 miliardi di finanziamenti europei. Si tratta dello stesso meccanismo degli accordi Italia-Libia, che danno alle milizie libiche la responsabilità di fermare con tutti i mezzi le persone che tentano di raggiungere l’UE via mare, attraverso la cosiddetta Central Mediterranean route.

Nonostante l’accordo, e nonostante migliaia di persone siano in effetti ferme in Turchia e sulle isole greche, la rotta balcanica è aperta e in migliaia si muovono ogni giorno per arrivare in Europa. Oggi, migliaia di persone sono bloccate in Bosnia e Serbia e da lì tentano continuamente di attraversare i confini, a piedi o con altri mezzi. L’UE, per impedire alle persone migranti di entrare, ha iniziato da tre anni la pratica dei respingimenti, illegali secondo le stesse norme europee. Un respingimento (in inglese: pushback) consiste nel bloccare le persone in transito, non permettere che richiedano asilo e deportarle oltre il confine europeo. Spesso la pratica del respingimento illegale prevede anche atti di violenza fisica e verbale, a scopo deterrente, da parte di squadre organizzate della polizia croata. La polizia croata sequestra sistematicamente le persone, le deruba dei soldi e del cellulare e le manganella, anche se si tratta di bambine-i. Medina, una bambina di 6 anni, è stata ammazzata il 21 novembre 2017 in un respingimento verso la Serbia. Dal 2018, la Slovenia si è inserita strutturalmente in questo meccanismo, mentre l’Italia ha svolto alcune deportazioni, dimostrandosi così interessata a entrare sistematicamente nell’ingranaggio.

La Croazia – che entrerà nell’area Schengen nel 2020 – riceve continuamente finanziamenti dall’UE proprio per la gestione delle frontiere: ad oggi, ha ricevuto 23,3 milioni con clausola emergenziale – di cui 6,8 a dicembre – e 108 milioni attraverso altri fondi (Fondo asilo, migrazione e integrazione e Fondo sicurezza interna 2014-2020). “Croatia is our close friend”, ha dichiarato Angela Merkel lo scorso agosto, quando le denunce delle violenze erano già note.

La proposta per il prossimo bilancio a lungo termine UE (2021-2027) prevede un contributo di 21,3 miliardi di euro per la “protezione delle frontiere esterne”, la quale “si baserà sul lavoro svolto negli ultimi anni”. Parte di quei soldi dovrà essere usata anche per la “lotta contro il traffico di migranti”, cioè per intercettare i trafficanti, che sono le persone che sulla rotta balcanica speculano sull’esistenza dei confini chiusi, facendo pagare passaggi o informazioni. La caccia ai trafficanti nella rotta balcanica è in realtà soltanto un pretesto per distrarre l’attenzione dalla violenza della vita lungo la rotta e fingere che l’Unione Europea si stia adoperando a combattere una forma di criminalità che invece contribuisce ad alimentare. I trafficanti esisteranno finché per molte persone – appartenenti a certe nazionalità e classi sociali – non ci saranno vie legali per entrare in Europa: senza possibilità di ingresso regolare le persone continueranno ad affidarsi ai trafficanti e a morire lungo la rotta.

Oggi, chi vuole confini chiusi, sfruttamento e guerra è sempre più forte.

Siamo qui davanti al consolato croato per informare sulle violenze della polizia croata, la sistematicità dei respingimenti lungo la rotta balcanica, anche dall’Italia e la connivenza di tutti gli Stati europei. Siamo qui per dire che c’è una sola soluzione praticabile alla fine di questo ciclo di violenze: l’abbattimento delle frontiere e la libertà di movimento per tutt*. Siamo qui per incitare ad agire di conseguenza, nessun’altro lo farà per noi.

Assemblea no CPR-no frontiere

Siti di riferimento:

nofrontierefvg.noblogs.org (IT)

lungolarottabalcanica.wordpress.com (IT)

www.borderviolence.eu (EN)

www.nonamekitchen.org (EN)


INFORMAZIONI SULLO SGOMBERO DELLO SQUAT A SID (Serbia)

A Sid, al confine tra Croazia e Serbia, c’è un gruppo di attivisti solidali e  volontari dell’organizzazione indipendente “No Name Kitchen” . Persone che passano le giornate con chi cerca di attraversare la frontiera europea ma si rifiuta di permanere nei campi governativi serbi, fornendo cibo per cucinare assieme, docce, aiuto medico quando le persone tornano dopo un respingimento -sempre violento- svolto dalla polizia croata e slovena soprattutto -ma anche italiana- e altre poche cose di prima necessità. Il punto di ritrovo giornaliero tra attivisti e migranti era, da molto tempo, un vecchio edificio diroccato nella jungle di Sid, chiamato Squat, al cui interno vi erano anche alcune tende.

Il 20 febbraio è stato violentemente sgomberato, qui il resoconto della giornata, scrittoci da un attivista.


LA NOSTRA SOLIDARIETÀ E IL NOSTRO AFFETTO VANNO AI MIGRANTI E ALLE ATTIVISTE ED ATTIVISTI A SID.


All’alba, con il supporto di unità e mezzi non locali, la polizia di Šid inizia a muoversi in direzione della fabbrica abbandonata. Riceviamo le prime chiamate e richieste di aiuto dai migranti alle 6:40 e ci muoviamo immediatamente. Con il furgoncino cerchiamo di andare allo squat il più rapidamente possibile, e quando ci avviciniamo stimiamo a spanne che siano presenti 30-40 agenti e 15 tra furgoncini e pantere. Cerchiamo di entrare allo squat e registrare video, e subito veniamo fermati e condotti alla stazione di polizia locale, dove vediamo tutti i migranti dello squat. Stanno in un recinto, tranquilli ma sorvegliati da un ingente numero di poliziotti e incerti su quello che accadrà. Riusciamo ad avvicinarci e immediatamente riportano a metà tra il pashto e l’inglese:

“Khema, telephone, kampal, money: tool hatamdi. Police boxing” (Tende, telefoni, coperte, soldi: tutto finito. La polizia ci ha picchiati).
Alcuni zoppicano, altri tengono una mano sulla testa, sul volto o sugli arti. Evidentemente molti di loro sono feriti.
Nel frattempo 3 di noi sono in un ufficio della stazione di polizia, così che possiamo vedere tutto quello che succede nel giardino. La scena riporta alla mente i film ambientati in Germania attorno al 1942.

Ore 7:20: gli altri volontari, allertati dal gruppo delle 6:40, arrivano alla stazione di polizia

Un’altra volontaria si avvicina alla stazione di polizia per sorvegliare quello che sta accadendo all’interno. Riesce a vedere parte dei migranti chiusi nel recinto e sorvegliati. Cerca di avvicinarsi ma viene respinta. Poco dopo, altre quattro la raggiungono e due di loro decidono di provare a girare un video col telefono per segnalare eventuali violenze o irregolarità. Un agente di alto grado mima il gesto dell’indice che passa sul collo. A quel punto le due vengono trascinate dentro la stazione di polizia fino al cortile dove le persone sono ammassate dentro al recinto. Dalla finestra possiamo sentire che gli animi sono caldi, e riusciamo finalmente a vedere un vespaio di poliziotti chinati per terra, dal quale dopo qualche secondo emerge la figura di una delle due volontarie. La stessa cosa succede con l’altra, l’immagine è quella di una ragazza minuta strattonata per i capelli da almeno 4 agenti. Il più basso gira sul metro e ottantacinque per 85 chili. Gli strattoni non terminano, e in un paio di minuti le due vengono trascinate nell stessa nostra stanza. Una delle due viene letteralmente appesa al muro da un poliziotto evidentemente sovreccitato. La regge per il collo con una mano in modo tale che lei non riesce a respirare. Misuro questo agente, è nettamente più alto di me e io sono alto un metro e ottanta. La ragazza non supera il metro e sessanta. Seguono attimi di tensione che infine riusciamo a sedare.

Le tre volontarie che non erano entrate nella stazione di polizia vanno allo squat per cercare di limitare i danni: salvare le tende, le coperte e gli zaini, recuperare i cavi del sistema elettrico, le luci, e la tanica d’acqua dalla distruzione e per avvertire i migranti in procinto di tornare allo squat dal game di starci alla larga. Trovano i lavoratori dell’azienda incaricata di trarre tutti gli oggetti presenti allo squat in discarica, uno di loro inizia a registrare le volontarie e chiama al polizia. Le volontarie spiegano, sia ai lavoratori che ai poliziotti sopraggiunti, che tutto il materiale presente nello squat appartiene a No Name Kitchen e che si tratta di donazioni internazionali a carattere umanitaria. I 4 agenti stringono in mano il manganello. Le volontarie iniziano a caricare il nostro furgoncino con tutto quello che possono trovare, ma vengono nuovamente fermate dalla polizia, che ci spiega che lo sgombero è stato voluto dal proprietario e che ha chiesto che venga tutto rimosso. Comunque assicurano loro che potremo recuperare tutto il materiale, intatto, nel pomeriggio. (Questa mattina abbiamo contattato il proprietario che ci ha detto di essere allo scuro di tutto quanto). Le tre vengono poi fatte entrare in un furgoncino della polizia e condotte nella stazione di polizia e negate della possibilità di chiamare chicchessia, altri volontari, avvocato o ambasciata. Là il gruppo si ricompatterà.

Ore 9:30: tutti i volontari si trovano alla stazione di polizia e inizia il trasporto dei migranti nei campi serbi

Il gruppo di volontari si ricompatta nell’ufficio della stazione di polizia da dove si vede il cortile antistante. L’attenzione degli agenti è incentrata sui migranti, il nostro fermo pare essere dovuto a evitare che registriamo video o raccogliamo prove degli abusi e delle violenze. I nostri cellulari sono requisiti e riceviamo ripetuti ordini di sbloccarli affinché i video possano essere cancellati. Non abbiamo accesso a un avvocato nonostante le continue richieste. Chiediamo:

  • What are you going to do with our mobile phones?

  • Nothing special.

  • The same thing you did to the migrants’ phones?

  • Yes.

Tutti gli agenti, alla vista della ragazza che era stata palpata, minacciata e stretta per la gola contro il muro, cercano disperatamente di non ridacchiare. Non tutti ce la fanno. Un agente anziano, a un novellino, comunica in serbo:

  • Guarda quante ragazze da tutto il mondo, ne puoi scegliere una per questa notte.

L’aggressività degli agenti cresce nuovamente quando ci obbligano ad andare in una seconda stanza per essere denudati, controlli supplementari. Il nostro sospetto è che mirino all’umiliazione e non al controllo di sicurezza, e quindi cerchiamo di rifiutarci per quanto possiamo. Quando viene detto esplicitamente che la procedura sarà attuata anche in modo coatto finalmente accettiamo. A una a una le volontarie vengono condotte in una stanza e spogliate. Quando arriva il mio turno (sono un ragazzo), mi alzo ma vengo fermato: i controlli non sono necessari. A questo punto ci guardiamo tutte quante, è evidente che non ci siano dubbi attorno alla nostra eventuale pericolosità perché io non vengo in nessun momento controllato (dentro le mie tasche avrei potuto avere qualsiasi cosa al posto del portafoglio) e che i controlli abbiano seguito il solo criterio dell’identità di genere. Erano mirati all’umiliazione. Rimaniamo nella stazione di polizia fino all’una, in attesa che il trasporto dei migranti sia completo.

Il giorno dopo

Le nostre considerazioni su quanto accaduto ieri sono concordanti. La violenza della polizia sui migranti è inutile, lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere senza l’impiego della forza. Privarli dei pochi beni che possiedono significa gettarli ulteriormente nell’indigenza. Gli abusi subiti dalle due volontarie (così come quelli subiti dai migranti, dei quali siamo ancora a conoscenza di una minima parte a dire il vero) si sono verificati da un lato per una scarsissima sensibilità dell’intero personale della polizia di Šid in tema di diritti civili e umani, e dall’altro per lo stato d’animo sovreccitato e assai poco professionale degli agenti che si sono mostrati, quando non aggressivi, ilari ed elettrizzati. La nostra pericolosità sta nella possibilità di far uscire la notizia attraverso le nostre testimonianze e i video. Se decideremo di pubblicarli sappiamo che soffriremo delle ripercussioni, perché agli agenti, coscienti non poterli eliminare permanentemente, hanno già avanzato le minacce del caso. La loro azione è stata possibile unicamente perché i rapporti di forza tra noi, i migranti e loro non corrispondono ai limiti stabiliti dalla legislazione serba. Durante tutto il corso della giornata il personale dei campi, che pure ci tiene a precisare di appartenere al commissariato e non alle forze di polizia, si è mostrato a tratti cosciente degli abusi della polizia ma connivente, a tratti complice e aggressivo. In generale, raccogliere le informazioni dei migranti esclusivamente nei campi risponde ad una logica perversa: se la presenza di campi si rende necessaria in contesti di emergenze umanitarie per distribuire generi di prima necessità e proteggere gli esodati, nei Balcani i campi si rendono utili unicamente per spostare i migranti lontano dalle città.

 

Domenica 3 Marzo h. 17:00 Bar Knulp

PRESESENTAZIONE E MOSTRA SUGLI INTERESSI ITALIANI IN LIBIA

La Libia è stata colonia italiana dal 1911 alla Seconda guerra mondiale: un territorio che ha resistito ininterrottamente al tentativo di penetrazione e soggiogamento dei colonialisti liberali e poi fascisti. Oggi è il punto di convergenza delle rotte migratorie africane ed è anche la terra più ricca di petrolio (38% del petrolio africano) e più politicamente instabile dell’Africa mediterranea. Capire cosa succede lì è fondamentale per affrontare il discorso migratorio da un punto di vista strutturale e anti-retorico.

In questo incontro, ricostruiremo la storia della «cooperazione» tra Italia e Libia nel contrasto dei movimenti migratori irregolari (ad es., attraverso la cessione di mezzi di pattugliamento, la costruzione di lager detentivi e il progetto della costruzione di un muro alla frontiera meridionale), ripercorrendo tutti gli accordi ufficiali, non ufficializzati e segreti firmati a partire dal 2003. Faremo una mappatura delle aziende italiane presenti sul territorio libico, che muovono miliardi di dollari con l’estrazione del petrolio e del gas e con la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali, e parleremo in particolare del ruolo geopolitico dell’ENI. Racconteremo come le stesse milizie che presidiano i pozzi petroliferi e che si sono arricchite per mesi con il «traffico illegale» di persone siano ora pagate dall’Italia per impedirlo.

La storia e il presente della Libia mostrano con violenza come la questione migratoria contemporanea sia all’incrocio di equilibri economici e geopolitici e muova capitali e guerre di potere e di influenza. La destabilizzazione politica e sociale portata avanti dai Paesi a capitalismo avanzato nei Paesi dai quali provengono i flussi migratori è la causa fondante della necessità delle persone di spostarsi.

L’atteggiamento di umanitarismo pietista verso le persone migranti è allora pericoloso quasi quanto la chiusura razzista, perché allo stesso modo non ne riconosce la piena capacità di decidere per sé stesse e le pone a un livello inferiore della gerarchia degli esseri umani.

Al contrario, partiamo dalla presa di coscienza delle responsabilità dirette del modello «di sviluppo» italiano, e non solo, nella devastazione neocoloniale di una parte del mondo – la parte da dove si è costrette/i a partire. E iniziamo a muoverci di conseguenza.

Qui il volantino

Croazia sbirri d’europa 23 febbraio h. 16:00 Piazza Goldoni

Qui il volantino

La rotta balcanica si fa sempre più pericolosa: i respingimenti il-legali sono una prassi quotidiana messa in atto tramite il coordinamento delle polizie bosniaca, serba, croata, slovena e alle volte italiana.

Nel 2016, l’Unione Europea ha firmato un accordo con la Turchia con il quale esternalizza alla dittatura di Erdoğan la responsabilità di fermare con tutti i mezzi le persone che tentano di raggiungere l’UE attraverso la rotta balcanica; in più, l’accordo dichiara la Turchia “Paese terzo sicuro” e quindi permette il respingimento delle persone dalla Grecia alla Turchia, in cambio di >3 miliardi di finanziamenti europei.

Nonostante l’accordo, e nonostante migliaia di persone siano bloccate in Turchia e sulle isole greche, la rotta balcanica è aperta e migliaia di persone si muovono ogni giorno. Oggi, migliaia di persone sono bloccate in Bosnia e Serbia e da lì tentano continuamente di attraversare i confini, a piedi o con altri mezzi.

Ogni giorno l’UE respinge le persone in transito ai suoi confini. La Croazia – che entrerà nell’area Schengen nel 2020 – riceve continuamente finanziamenti dall’UE (ad oggi, > 6 milioni di euro) per deportare le persone migranti in Bosnia e Serbia.

La polizia croata sequestra le persone, le deruba dei soldi e del cellulare e le manganella, anche se si tratta di bambine-i. La polizia croata si coordina con la polizia slovena e, a volte, quella italiana: le persone che arrivano in Italia o Slovenia vengono sequestrate e consegnate alla polizia della frontiera precedente. Tutte le polizie e tutti gli Stati lungo la rotta sono colpevoli.

Sabato 23 febbraio saremo di fronte al Consolato croato a Trieste per denunciare questa violenza sistemica dell’Unione Europea, esercitata dalla polizia croata, e le responsabilità dell’Italia e dell’UE.

Saremo lì per dire che c’è una sola soluzione alla fine di questo ciclo di violenze: la distruzione delle frontiere e la libertà di movimento per tutt*.

Siti di riferimento:
lungolarottabalcanica.wordpress.com (IT)
www.borderviolence.eu (EN)
www.nonamekitchen.org (EN)


Balkanska pot postaja vse nevarnejša: i-legalne zavrnitve so vsakodnevna praksa, ki se izvaja s koordinacijo bosanske, srbske, hrvaške, slovenske in včasih tudi italijanske policije.

Leta 2016 je Evropska unija s Turčijo podpisala sporazum s katerim eksternalizira Erdoğanovi diktaturi odgovornost preprečitve nadaljnje poti ljudem, ki poskušajo doseči EU po balkanski poti, z vsemi sredstvi; poleg tega sporazum določa, da je Turčija “varna tretja država” in torej dopušča zavračanje ljudi iz Grčije v Turčijo v zameno za več kot 3 milijarde € evropskih sredstev.

Kljub dogovoru in kljub tisočim ljudem blokiranih v Turčiji in na grških otokih je balkanska pot odprta in na tisoče ljudi se vsak dan premika po njej. Dandanes je na tisoče ljudi blokiranih v Bosni in Hercegovini in Serbiji in od tam nenehno poskušajo prečkati meje peš ali z drugimi sredstvi.

EU vsak dan zavrača ljudi na prehodu njenih mej. Hrvaška, ki bo na schengensko območje vstopila leta 2020, prejema sredstva EU (do danes več kot 6 milijonov €) za deportacije migrantov v Bosno in Srbijo.

Hrvaška policija ugrablja ljudi, jim vzame denar in telefone, jih pretepa, četudi gre za otroke. Hrvaška policija se usklajuje s slovensko policijo, in včasih, tudi z italijansko: ljudje, ki pridejo v Italijo ali Slovenijo, so ugrabljeni in predani policiji prejšnje države. Vse policije in vse države balkanske poti so krive za to.
V soboto, 23. februarja, bomo pred hrvaškim konzulatom v Trstu obsodili to sistemsko nasilje Evropske unije, ki ga izvaja hrvaška policija, in odgovornost Italije in EU.

Tam bomo da rečemo, da obstaja samo ena rešitev, da se ta krog nasilja konča: uničenje meja in svoboda gibanja za vse.


Balkanski put postaje sve opasniji: ilegalna odbijanja su svakodnevna praksa koja se provodi kroz koordinaciju bosanske, srpske, hrvatske, slovenske i ponekad talijanske policije.
2016. godine Europska unija i Turska potpisale su sporazum u kojem Erdoganova diktatura preuzima svim sredstvima odgovornost za sprečavanja ljudi koji pokušavaju doći do EU balkanskim putem; Štoviše, sporazum predviđa da je Turska “sigurna treća zemlja” i stoga omogućuje vraćanje ljudi iz Grčke u Tursku, u zamjenu za više od 3 milijarde eura iz europskih fondovima.

Unatoč sporazumu i unatoč tisućama ljudi koji su blokirani u Turskoj i na grčkim otocima, balkanski put je otvoren i tisuće ljudi se njime kreće svaki dan. Danas je tisuće ljudi blokirano u Bosni i Hercegovini i Srbiji odakle stalno pokušavaju prijeći granicu pješice ili drugim sredstvima.

EU svaki dan odbacuje ljude koji prelaze njezine granice. Hrvatska, koja će ući u schengensko područje 2020. godine, prima sredstva EU (do sada više od 6 milijuna eura) za deportaciju migranata u Bosnu i Srbiju.

Hrvatska policija hapsi ljude, uzima novac i telefone, tuče ih, čak i ako su djeca. Hrvatska policija koordinira rad sa slovenskom policijom, a ponekad i s talijanskom: ljudi koji dolaze u Italiju ili Sloveniju su uhapšeni i predani policiji na prethodnoj granici. Za to su krivi svi policajci i sve balkanske zemlje.

U subotu, 23. veljače, osudit ćemo sustavno nasilje Europske unije koje provodi hrvatska policija i odgovornost Italije i EU pred hrvatskim konzulatom u Trstu.

Tamo ćemo reći da postoji samo jedno rješenje kojim se završava ovaj ciklus nasilja: uništavanje granica i sloboda kretanja za sve.


The Balkan route becomes increasingly dangerous: il-legal pushbacks are a daily practice implemented through the coordination of the Bosnian, Serbian, Croatian, Slovenian, and (sometimes) Italian police.

In 2016, the European Union signed an agreement with Turkey with which it outsources the dictatorship of Erdoğan the duty to stop by all means migrant people moving to Europe; moreover, the agreement declares Turkey as a “safe third country” and therefore allows people to be pushbacked from Greece to Turkey, in exchange for >3 billion European funding.

Despite the agreement, and despite thousands of people being trapped in Turkey and on the Greek islands, the Balkan route is still open and thousands of people are moving every day. Today, thousands of people are stuck in Bosnia and Serbia and from there they still try to cross borders, on foot or in other ways.

Every day the EU rejects people in transit at its borders. Croatia – which will enter the Schengen area in 2020 – continuously receives funding from the EU (up to now, more than 6 millions euros) to deport migrants to Bosnia and Serbia.

The Croatian police kidnap people, rob their money and mobile phones and beat them, even if they are minors. Croatian police coordinate with Slovenian and sometimes Italian police: people arriving in Italy or Slovenia are kidnapped and handed over to the police of the previous border. Every police and every state along the route are guilty.

On Saturday 23 February we will be in front of the Croatian Consulate in Trieste to denounce this systemic violence of the European Union, carried out by the Croatian police, and the responsibilities of Italy and the EU.

We will be there to say that there is only one way to end of this cycle of violence: destruction of every border and freedom of movement for everyone.

References:
www.borderviolence.eu (EN)
www.nonamekitchen.org (EN)

I CONFINI UCCIDONO

I CONFINI UCCIDONO

SABATO 8 DICEMBRE H 11:00 PRESIDIO IN PIAZZALE MONTE RE AD OPICINA (TS) IN SOLIDARIETÀ ALLE PERSONE FERITE NELL’INCIDENTE CAUSATO DALL’INSEGUIMENTO DEI MILITARI.

Martedì 4 dicembre a Opicina (TS) è avvenuto un grave incidente che ha visto coinvolti un furgone con a bordo dodici persone migranti ammassate e un’auto con tre persone locali. Mentre veniva inseguito dai carabinieri per non essersi fermato a un posto di blocco al confine,il furgone ha tamponato l’automobile. Ci sono stati 17 feriti: alcuni sono gravi.

Quanto è accaduto è solo uno dei tanti episodi che avvengono quotidianamente lungo la cosidetta “rotta balcanica”, percorso duro, pericoloso e costoso attraversato quotidianamente da persone di diversi Paesi per entrare nella “fortezza Europa”, per cercare una vita migliore o per sottrarsi a persecuzioni, guerre, catastrofi ambientali.

In questi mesi, il collo di bottiglia (cioè il punto più duro e pericoloso della rotta) è l’attraversamento della Croazia e della Slovenia. Si tratta di Paesi europei che, grazie ai finanziamenti EU, bloccano sistematicamente i migranti in rotta non permettendo la richiesta asilo, li consegnano a squadre speciali di polizia croata che li umiliano e pestano per poi respingerli oltre la fortezza (in Bosnia o in Serbia).

Questa prassi è quotidiana e documentata. Molte persone non ce la fanno a riprovare immediatamente dopo essere state respinte e rimangono così bloccate nei campi profughi in Bosnia e Serbia, costrette in condizioni terribili, alcune volte letali. Chi non viene respinto, alcune volte ce la fa, altre muore, come è successo dieci giorni fa a Nassim, di Tizi Ghneif (Al Mizan, Algeria) di 25 anni, morto annegato in Slovenia, nel fiume Reka, nei pressi di Topolc mentre scappava dalla polizia; o a Ibrahim Ahmad, di Damasco (Siria) di 44 anni, che è stato visto l’ultima volta pochi giorni fa, cadendo nel fiume Dobra tra Croazia e Slovenia. I compagni di viaggio di Nassim, sono stati picchiati e respinti in Bosnia, compreso uno che è prima stato portato in ospedale perché collassato nel vedere Nassim non riemergere dal fiume.

Tutto ciò avviene perché le persone non hanno la possibilità di muoversi liberamente in Europa, perché esistono confini chiusi il cui attraversamento legale è concesso con il contagocce a poche persone privilegiate, e per la maggior parte delle persone è impossibile. Per questo, le uniche vie che possono essere tentate per entrare nella “fortezza” sono le marce notturne nei boschi, o nascondersi sotto i camion o nei container, o ancora pagare qualcuno per dei passaggi o dei consigli (i cosidetti trafficanti o passeurs o smugglers) o ammassarsi in un furgoncino.

L’inseguimento di martedì viene da questa situazione: sarebbe potuto finire con altre morti causate dal confine.

Rifiutiamo in maniera assoluta la retorica che vuole criminalizzare per l’accaduto quelle 12 persone che si stavano giocando la vita, per ritrovarne una. A loro va la nostra solidarietà, come a tutte le persone ferite nell’incidente.

Rifiutiamo anche la retorica manipolatrice che grida all’inumanità degli smugglers via terra, cercando di additarli come il problema di questa situazione. Gli smugglers sono persone che sfruttano economicamente l’esistenza dei confini: esisteranno fino a quando esisteranno i confini e persone che vogliono attraversarli ma non possono farlo.

Il problema è che il confine è chiuso. Un confine chiuso è un pericolo per la vita di chi vuole attraversarlo. Chi arriva non è un pericolo, è una persona. Il pericolo sono i militari sul confine: è a causa dei militari sul confine che queste persone hanno rischiato di morire nell’incidente a Opicina e ogni giorno rischiano di morire nell’attraversare i confini della rotta balcanica.

[Il PD, in seguito all’accaduto, ha richiesto un inasprimento dei controlli, un turnover delle forze dell’ordine per bloccare i trafficanti di uomini, in un becero tentativo di oscurare, ancora, la realtà in cui viviamo.]

La colpa di questa situazione intollerabile è di chi esalta e chiude i confini, di chi promulga leggi razziste e costruisce lager per le persone senza documenti.

I confini uccidono ogni giorno, qui come ovunque nel mondo.

La libertà di circolazione per tutte e tutti è l’unica soluzione possibile e praticabile perché tutto questo finisca.

proti mejam! rabbia contro i confini e chi li difende! solidarietà senza frontiere!

Le violenze della Balkan Route

VENERDÌ 23 NOVEMBRE h. 20:30
C/O GERMINAL VIA DEL BOSCO 52a (TRIESTE)

 

La rotta balcanica si sta trasformando in uno dei percorsi migratori più pericolosi e violenti:

Il ricorso a respingimenti a caldo illegali si sta progressivamente sistematizzando e raffinando, attraverso un coordinamento transnazionale che coinvolge vari Paesi sulla rotta: i respingimenti violenti della polizia croata sono noti, di quelli della polizia slovena si è cominciato a parlare nella primavera scorsa, recentemente, sono uscite sulla stampa le prime notizie dei respingimenti dall’Italia.

È necessario capire come si articola questo coordinamento tra i Paesi della rotta e prendere coscienza di cosa si intende per “respingimento illegale” secondo i trattati internazionali, pur considerando ogni respingimento – sia di migranti o richiedenti asilo – illegittimo e inaccettabile.

L’incontro si articolerà su questi due punti:

  • quale violenza? analisi e testimonianze di attiviste/i attive/i rispettivamente in Croazia, Serbia e Bosnia;
  • cos’è un pushback? commento di un/’esperto/a legale

Ogni respingimento è illegittimo. Apriamo le frontiere! Proti mejam!