“Sognavo un futuro migliore e mi sono ritrovato in una cella di prigione. Ha senso tutto questo?”
Conosciamo ormai da molto tempo le condizioni di detenzione nel CPR di Gradisca. Gabbie, vuoto, insensatezza, una prassi brutale, inconcepibile per chi ci finisce, ma pienamente operativa, in alcuni casi performativa, nel sistema razzista in cui è inserita. Una violenza, altamente spettacolarizzata, tremendamente concreta, come dimostra anche l’uccisione di un uomo che chiedeva aiuto da parte dei sicari di stato in una strada di Bologna. A questo si aggiungono le notizie, e la propaganda martellante e fascista sotto il significante della “remigrazione”, attorno alle deportazioni, come se fossero una nuova normalità accettabile.
A stringere il campo della prospettiva troviamo: uccisioni in strada (prima di Fakir, Rogoredo; prima di Rogoredo Ramy; prima di Ramy qualcun altro, in una catena infinita di esecuzioni); funzionari che deportano come fosse una procedura amministrativa qualunque; un clima infame, pesantissimo e impoverito in cui politici e giornalisti possono dire di tutto attraverso la parolina magica “immigrati irregolari”. Che importa, poi, che siano regolari o meno? Il discorso razzista, dietro la patina cittadinista e securitaria, può strizzare l’occhio ai peggiori abomini: da irregolare a chi delinque, da chi delinque a chi non rispetta le nostre regole, dalle nostre regole a chi non si integra, infine a chi va bene a loro. Un fantasma ipersfruttato – un rider che ci sfreccia accanto, un bracciante che raccoglie i pomodori che ci mangiamo, un operaio che ci fa il centodieci, se non cade dalla scala – comunque invisibile, silenzioso: ecco il prototipo dell’immigrato rispettoso delle nostre – loro – regole.
Così, in CPR, entriamo in contatto con gente che è qui da 30 anni, con figli, lavori, storie, poi – dopo aver scontato un paio di anni nelle patrie galere, senza possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno – immediatamente deportato in un lager.
Ci sono persone che in Italia si trovavano solo da un giorno, prima di essere recluse, fermo e decreto di espulsione senza la presenza di un interprete (nonostante le carte dichiarino il contrario), senza sapere di poter chiedere in quel momento protezione internazionale. Poi trasferimento in CPR, procedura accelerata, audizione in commissione territoriale tramite videocollegamento da dietro le sbarre e notifica del diniego il giorno dopo. Paese d’origine: Egitto. Paese sicuro, sicuro perché sicuri, certi, sono gli accordi di tortura che l’Italia ha stipulato con il governo egiziano, perché ha due voli di deportazione charter al mese già fissati, già pagati, e allora bisogna essere veloci e riempirli.
C’è un altro, con visto regolare, comunque recluso, in attesa che un giudice, un avvocato, qualcuno, si accorga dell’errore, che poi errore non è: perché la logica razzista è di tutt’altro tipo, intanto recludere e torturare, poi si vedrà.
Ci sono quelli deportati subito, tramite una camera di sicurezza della questura, senza neanche il passaggio in CPR. Numeri, o meglio persone schiacciate su un paradigma, quello della macchina del razzismo che trova nella deportazione il suo compimento. “Rimpatriati 32 cittadini nigeriani: il volo parte dal Trieste Airport”, leggiamo su un giornale locale, la quinta operazione di questo tipo dall’inizio dell’anno.
Un sistema che diventa anche una logica ricattatoria, ben rappresentata dal supposto responsabile del centro che subdolamente cerca di convincere le persone ad essere rimpatriate: “meglio tornare al tuo paese che star qui per un anno, no?”, di fatto dimostrando che la durezza e l’afflizione delle condizioni detentive sono tutt’altro che incidentali.
Il CPR è una cartina di tornasole del discorso razzista.
Oltre la torrida stagione del razzismo: cosa succede nel CPR di Gradisca
Avevamo detto, in precedenza, di tentativi – più o meno espliciti – di pacificazione di un centro da sempre attraversato da rivolte e proteste. In parte ciò sembra essere stato ottenuto con una sorta di selezione delle presenze, una certa rapidità nelle liberazioni, un meccanismo deportativo (al di là dell’eclatante caso dei charter per la Nigeria che a Gradisca e nell’aeroporto di Trieste trovano il loro hub) per lo più demandato ai voli di linea, rapidi, dalle camere di sicurezza.
Ora possiamo aggiungere un elemento, da sempre estremamente caratterizzante dei dispositivi di contenimento nei CPR e nelle carceri, riutilizzato pesantemente in queste ultime settimane: terapia e psicofarmaci tornano a scorrere pesantemente, anche di fronte a chi prova a rifiutarle. Ci raccontano di una sempre maggiore insistenza nella loro somministrazione: c’è chi è riuscito a liberarsi dalla dipendenza in passato e ora si trova nuovamente ad essere drogato, anche subdolamente con la fornitura di bottigliette di acqua (rigorosamente senza tappo), stranamente dolciastra. In un modo o nell’altro vieni costretto a sorbirti la terapia. “Alle volte ci capita di mangiare e poi dormire tutto il giorno”.
Sentiamo le testimonianze di persone recluse in condizioni sanitarie disperate, spaccate, sanguinanti, ferite. Vengono portate in CPR dagli ospedali, dalle carceri, dalle questure: chi dà loro l’idoneità sanitaria al trattenimento? In teoria l’autorità medica preposta, ma in realtà la macchina anonima della detenzione è anche un intrico burocratico, ben sorvegliato da sbirri in divisa, e quindi i passaggi in pronto soccorso, la prima visita nel centro, le eventuali successive si susseguono ininterrotte, fino a quando qualcosa accade: il ritorno, sotto tortura, nel centro; la liberazione, per un colpo di fortuna, anticipata.
Nel caldo torrido di questi giorni, poi, la sera potrebbe essere l’unico momento in cui stare all’aperto (anche se pur sempre nelle gabbie), per avere un minimo di sollievo: i reclusi, invece, vengono costretti a stare nelle loro celle, con le finestre sigillate, privati d’aria.
E mentre gli avvocati d’ufficio non rispondono perché sono in vacanza, i reclusi vengono martellati con proposte di rimpatrio volontario. Tutto quanto descritto in precedenza è anche pianificato per piegare la volontà del recluso, costringerlo a forza a entrare nel sistema pensato per lui. Qualcuno “fa la corda”, per ricordare con il proprio corpo ai secondini e all’intera macchina detentiva, che né tornare al proprio paese d’origine né essere rinchiusi sono opzioni a cui vuole sottostare.
E’ una delle tante forme di resistenza che rimane. A noi non lasciarle cadere nel vuoto, nell’isolamento che sempre più caratterizza questi lager. Intanto, qualche settimana fa, qualche fuoco di saluto ha illuminato il cielo sopra Gradisca.
Mentre riceviamo la notizia dell’ennesima morte nell’arcipelago lager (a Potenza) e dall’altro vediamo le immagini degli oltrepassamenti di massa alla frontiera di Ceuta (anche là, ai prezzi altissimi in termini di vite), non possiamo che stare con chi, nonostante tutto, resiste alla macchina del razzismo stato, brucia ogni giorno le frontiera, lotta per la libertà.