Aggiornamenti dal CPR di Gradisca d’Isonzo [marzo 2025]

Rivolte, evasioni, proteste scandiscono da sempre l’esistenza del CPR di Gradisca, come di tutti gli altri campi della penisola. E’ la costante – e potremmo dire naturale – reazione ai loro meccanismi di segregazione e ferrea applicazione del razzismo di stato, una violenza strutturale che è loro connaturata in quanto luoghi di tortura, deterrenza e deportazione. Ogni tanto se ne accorge anche la propaganda dei grandi media, che riporta le (false) grida di disperazione delle cricche di guardie e dei sostenitori della loro esistenza, generando così una narrazione in cui i carnefici diventano vittime.

E’ quello che è successo ancora un paio di giorni fa, dopo l’ennesima protesta che ha riguardato alcune celle della “area blu”. Da quanto veniamo a sapere, un detenuto scivolando nel bagno si è rotto un piede e la sua richiesta di aiuto è stata lasciata cadere nel vuoto per molte ore. E’ un’altra delle costanti dei lager: nessuna risposta ai bisogni più primari, solo muri e reti di ferro. Il fuoco, quindi, diventa l’unico codice di comunicazione. Nella notte tra il 29 e il 30 marzo sono stati appiccati estesi incendi, che sono stati spenti dopo qualche ora in seguito all’intervento delle guardie in antisommossa, che si sono viste restituire nuovamente una parte della violenza che esercitano quotidianamente. Il ferito, con un piede gonfissimo, è stato “curato” solo il giorno dopo.
Nel frattempo le proteste sono state sedate dalle celere e dai getti degli idranti, anche in direzione delle camerate. La violenza della repressione si somma alla violenza dell’ordinario funzionamento della macchina di morte che è il cpr: “stiamo morendo tutti qua”, non a caso, riferiscono; “fate qualcosa per chiudere questo posto”, è il messaggio che più spesso esce da dietro quelle mura.

Getto di lacrimogeni – CPR di Gradisca d’Isonzo, 16 marzo 2025

Solo qualche giorno prima, un altro intervento della celere aveva sgomberato i gabbioni esterni, per scortarci all’interno dei lavoratori che dovevano prontamente chiudere i varchi aperti nelle reti. Manodopera complice che permette materialmente il funzionamento di questa e delle altre galere, gli onesti salariati di tutte quelle aziende essenziali alla sopravvivenza e alla tenuta di questi luoghi, quanto lo sono i reggicoda politici nazionali e locali di ogni genere e colore, giornalisti, garanti, medici delle aziende sanitarie, giudici di pace, guardie in divisa e aguzzini in pettorina della cooperative. Da questi posti si esce sulle proprie gambe quasi sempre con l’evasione, i cui tentativi – alle volte con successo – che si susseguono senza soste. E’ accaduto ad esempio il 16 marzo, quando almeno due prigionieri sono riusciti a guadagnare la libertà sotto una pioggia di lacrimogeni, lanciati per impedire altre fughe, come già successo durante le rivolte di gennaio [link]. “Non riusciamo a respirare”, dicevano, talmente fitta era la nube di gas, mentre in nottata continuavano i lanci e diverse persone erano sui tetti. La punizione è spesso anche quella di tenere le gabbie dell’aria lucchettate anche oltre la notte, costringendo i prigionieri nelle proprie celle. E’ un’altra delle comuni prassi di quella che – legalmente – è chiamata detenzione amministrativa e che non significa nient’altro che licenza di torturare.

La detenzione in questi luoghi, per i più sfortunati, termina solo con la deportazione coatta. La scorsa settimana, una o più persone egiziane sono state prelevate dal cpr di Gradisca, e molte altre dal cpr di Trapani Milo – dove dalla riapertura nell’ottobre scorso si susseguono battiture, scioperi della fame, rivolte che hanno reso di nuovo inagibili diverse porzioni del campo – per andare a riempire il charter mensile Roma-Cairo. Deportazioni nel “paese sicuro” del dittatore Al-sisi, nel nome della “gestione dei flussi migratori” e degli accordi bilaterali con i paesi del nord Africa. Da un paio di giorni, invece, non si hanno più notizie di due prigionieri, molto attivi sui propri social network nel denunciare le condizioni di detenzione di Gradisca, probabilmente silenziati attraverso una deportazione punitiva verso altri CPR, ancora più isolati.

Questo è ciò che le estemporanee news tentano di nascondere, dstorcere e mistificare dell’ordinario funzionamento dei cpr. Il razzismo di stato funziona anche, e soprattutto, attraverso l’esistenza di questi luoghi e il permanere stesso dei sistemi di confine, che da Trieste vediamo dispiegarsi lungo tutta la rotta balcanica e che rende sempre più ricattabili le persone migranti e povere, le cui vite sono altrettanti “laboratori” a cui si applicano i disciplinamento, controllo e repressione richiesti dalla mobilitazione bellica in corso, da tentare poi di estendere al resto della popolazione insubordinata e refrattaria, e non

La scorsa settimana ha visto anche la riapertura del CPR di Corso Brunelleschi a Torino, che era stato chiuso nel marzo 2023 dal fuoco di ingenti rivolte. Ci auguriamo che il fuoco, la rivolta quotidiana, possa richiuderli una volta per tutte.

SOLIDALI CON I RIVOLTOSI, a Gradisca e in ogni dove!