Si è chiuso in queste settimane il processo di primo grado per la morte di Vakhtang Enukidze, ucciso da un pestaggio delle guardie nel CPR di Gradisca, il 18 gennaio del 2020.
Il tribunale di Gorizia, a oltre sei anni dai fatti, assolve tutti gli imputati: Roberto Maria La Rosa, il centralinista in servizio quella notte, individuato – in fase di indagine – quale possibile responsabile della mancata risposta alle richieste d’aiuto dei compagni di cella di Vakhtang; assolve il ben noto Simone Borile, all’epoca direttore di Ekene e oggi direttore del campo di Gradisca, una delle figure peggiori fra i molti orridi padroncini che si riempiono le tasche con il business delle carcerazioni in appalto; assolve, soprattutto, lo stato, dunque se stesso e il sistema razzista di selezione – controllo – repressione – reclusione – deportazione.
Che la “giustizia” tribunalesca si risolva in una simile farsa, stupisce poco. Fa, in ogni caso, un certo effetto sperimentarne, per l’ennesima volta, l’ipocrisia e la brutalità.
L’unico colpevole dell’uccisione di Vakhtang, ci dicono, è Vakhtang stesso, nonostante le evidenti responsabilità di quel tritacarne che è la detenzione amministrativa, dei suoi amministratori e dei suoi operatori, responsabilità emerse perfino in sede di processo.
È la pm Giulia Villani a incaricarsi di fornire un fulgido esempio dell’ideologia coloniale e razzista innata al sistema di oppressione e asservimento che normalmente rappresenta, nelle stanze di tribunale. È lei che in sede di processo chiarisce l’ovvio nesso tra quanto toccato a Vakhtang e la ribellione che lui stesso aveva osato mettere in campo dentro la galera in cui era rinchiuso: “episodi di danneggiamento, rivolta e violenza”, perpetrati da una persona che “si distingueva per violenza e per resistenza a pubblico ufficiale”, per “estrema insofferenza e alterazione”.
L’individuo che si rivolta contro le condizioni della propria oppressione, insomma, non può che andare incontro, inevitabilmente, alla repressione, alla vendetta e, qualora necessario, all’eliminazione fisica, in nome della tenuta del sistema.
Il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, ci dicono, perché era un soggetto problematico, di cui tutti si lamentavano, che è stato alternativamente raccontato come aggressivo, mentalmente instabile, come un tossico. Anche in questo caso, è all’opera l’essenza della consolidata retorica che caratterizza tutti gli immigrate/e come potenziali pericoli da sorvegliare, rinchiudere ed espellere, quali nemici/e interni al corpo sociale autoctono.
Avessero almeno il coraggio di raccontare le cose come stanno e di spiegare che il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, perché era parte, assieme ai suoi compagni di prigionia, di una forza-lavoro eccedente, in sovrappiù rispetto alle necessità degli attuali cicli di accumulazione del capitale, non reinseribile nelle catene di riproduzione di valore dietro la promessa di qualche soldo che permetta l’acquisto di una piccola distrazione con cui alleviare la miseria delle proprie condizioni di esistenza.
Nessun colpevole per l’uccisione di Vakhtang, dice il tribunale di Gorizia, a parte Vakhtang stesso.
Nonostante sappia che i detenuti di Gradisca, la notte della sua morte, furono pestati dalle guardie e che il suo corpo era coperto di lividi. Nonostante sappia che Vakhtang non fu soccorso per ore, dopo i pestaggi, e che a nulla valsero le richieste d’aiuto dei suoi compagni di cella. Nonostante sappia che nei giorni successivi furono fatte circolare false notizie – quelle riguardanti asserite risse fra i reclusi – nel goffo tentativo di coprire ogni responsabilità del sistema CPR e dei suoi dirigenti. Nonostante sappia che molti dei testimoni dei fatti furono rimpatriati in tutta fretta, nei giorni successivi. Nonostante sappia che Vakhtang è morto in una struttura di segregazione razziale, a poche settimane di distanza dalla sua riapertura.
Dopo la sentenza del processo in primo grado per la morte di Moussa Balde al Cpr di Torino, nel quale i giudici avevano tentato di lavarsi la coscienza con una sentenza di condanna simbolica (un anno di reclusione con sospensione condizionale all’allora direttrice del campo), la vicenda dei medici dell’ospedale di Ravenna (perquisiti perché indagati per aver certificato la non idoneità di alcuni migranti al trattenimento in Cpr) e la completa assoluzione di Borile e della sua cricca di collaborazionisti certificano l’importanza che riveste l’inscalfibilità di questo sistema per i piani di sfruttamento, pacificazione e repressione, dello stato e dei padroni.
Un motivo in più, questo, per cercarne i punti di attacco.
Dal 18 gennaio 2020 a oggi, altre tre persone sono morte nel CPR di Gradisca. I loro nomi sono Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Altre decine di uomini hanno tentato il suicidio o sono state ferite, in alcuni casi riportando lesioni permanenti.
Tutte vicende avvenute sotto l’egida della cooperativa Ekene – viale Roma 23 e via Sant’Elena 34, Battaglia Terme, Padova – che continua a gestire, dalla sua riapertura, il campo di Gradisca (dopo alcune proroghe, l’ultimo rinnovo dell’appalto è dello scorso anno) ed anzi allarga ancor di più le sue grinfie. Dopo aver gestito, fino al settembre del 2024, il CPR di Macomer, in Sardegna, la cooperativa è subentrata nel dicembre del 2024 nella gestione del CPR di Milano in Via Corelli, in seguito al commissariamento del campo; dalla fine del 2024, gestisce inoltre il CPR di Ponte Galeria a Roma. Un premio alle sue “competenze”: operare per conto dello stato la violenza necessaria al mantenimento della gerarchia razziale, più nota come “gestione dei flussi migratori”.
Non a caso, la storia di Ekene è lunga e articolata.
Un’azienda che nasce come diretta emanazione di Ecofficina ed Edeco, a loro volta enti che hanno dominato il mercato dell’accoglienza, in Veneto – tanto da meritarsi l’appellativo di “coop-pigliatutto” – gestendo i suoi meccanismi di semi-reclusione, soggiogamento e morte. A dimostrare tutto questo, per raccontare un altro tragico esempio, basti pensare alla storia di Sandrine Bakayoko, scomparsa nel 2017 nel campo di Cona, gestito da Edeco.
Ekene è quindi oggi uno dei bracci operativi di quell’arcipelago “sociale” riconducibile agli stessi nomi, alle stesse figure chiave, agli stessi indirizzi, alle stesse responsabilità, di cui fanno parte anche Tuendelee e Tucso. Ognuna delle isole che compone questo arcipelago è nient’altro che uno dei tanti nodi dell’italico sistema di oppressione razziale, che nella commistione di appalti e contratti di vario genere somministra, a differenti livelli, forme di reclusione, sfruttamento e tortura, utili a disciplinare le persone razzializzate.
Il razzismo non è solo retorica, ma una macchina reale costituita da ingranaggi, dispositivi, luoghi, interessi, infrastrutture, che rendono efficace il ricatto del permesso di soggiorno e il controllo della popolazione eccedente.
La morte, in questo complesso, non è un semplice accidente, ma uno dei suoi tanti effetti, conseguenza del suo funzionamento e monito per i/le liberi/e.
Tutto questo, è necessario tenerlo sempre bene a mente.
Per Vakhtang Enukidze. Per Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Per tutte le persone segregate, torturate, rimpatriate e uccise in queste fabbriche di morte.
Al fianco di chi resiste al suo interno!
Con i rivoltosi/e di tutte le galere!
Sempre, ed oggi ancor di più, con i compagni e le compagne indagati/e e privati/e della libertà per aver lottato con ogni mezzo necessario contro chi lavora al mantenimento di un regime di miseria, sottomissione e morte!